L'Arminuta - Donatella Di Pietrantonio

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saturn111
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L'Arminuta - Donatella Di Pietrantonio

Messaggio da saturn111 »

Il romanzo per la prima parte del libro mi aveva fatto venire in mente L'amica geniale di Elena Ferrante. Perché mi sembrava stesse nascendo un'amicizia/rivalità tra la protagonista e sua sorella del genere che si racconta in quel libro. Però nel corso della lettura ho capito che questo era un libro diverso; non si concentra sull'amicizia fra due ragazzine che devono crescere in un ambiente ostile, ma parla del rapporto materno, su chi è una madre e cosa significa averla oppure no, e lo fa in un modo che non avevo mai letto prima. Soprattutto è importante lo sguardo, che è quello di una ragazzina che si vede franare la terra sotto i piedi, a cui viene a mancare un punto di riferimento esistenziale che i più danno per scontato. Mi ha colpito molto l'accuratezza con cui viene descritto questo vuoto che è costante, come una ferita sempre aperta, e soprattutto incolmabile.
Altro tratto fondamentale è l'ambientazione. Uno scenario ostile in cui si è intrappolati in una bolla, sempre uguale che appare come una condanna, mi ha ricordato le periferie del Sud di oggi. Un luogo piagato dall'abbandono scolastico che va di pari passo con la povertà e la mancanza di lavoro dei genitori. Per cui, i personaggi che ho amato di più sono stati Adriana e Vincenzo che si trovano bloccati in un sistema che preferisce abbandonarli a sé stessi. In questo ho colto anche una critica sociale; per quanto il libro sia ambientato negli anni '70, ancora oggi ci sono molti elementi in comune tra i fratelli della protagonista e i loro coetanei contemporanei. L'ambiente in cui si cresce è uno dei fattori più determinanti per la vita futura di un bambino; e credo che anche attraverso il libro si esprima questo concetto.
Here be spoilers
Come nelle parole della madre che a un certo punto dice alla figlia che se fosse cresciuta lì sarebbe finita bracciante.
L'unica nota stonata del libro è il finale del capitolo in cui sono in campagna, in cui si descrive la morte della guaritrice del paese con toni assurdi da realismo magico che non c'entrano nulla col resto della narrazione.
È una lettura densa, dolorosa, in cui ci si immerge nella narrazione con grande facilità e in cui il mondo interiore della protagonista viene esposto e appare come un essere fragilissimo, in equilibrio precario, racchiuso in un corpo solo apparentemente calmo e forte.
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:yell!: RING: Pyongyang - Guy DelisleRing a sorpresa "on the road"L'amica geniale - Elena Ferrante

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Gahan
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Re: L'Arminuta - Donatella Di Pietrantonio

Messaggio da Gahan »

Un libro di 160 pagine letto nell'arco di 24 ore.
Con uno stile direi minimalista, racconta una storia molto crudele ma è scritta talmente bene che coinvolge al punto di non riuscire a staccarmene.

Non avendo letto L'amica geniale non posso fare confronti, però a me ha ricordato un po' Acciaio di Silvia Avallone. Anche là c'erano due amiche e non due sorelle, però anche là c'era molta miseria, la periferia, un fratello morto...
Comunque mi ha lasciato molto di più questo (che ha 1/3 delle pagine) piuttosto che quello della Avallone.

Ringrazio il libraio della Mondadori di Napoli che me lo ha consigliato, ormai un anno fa... :wink:

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Towandaaa
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Re: L'Arminuta - Donatella Di Pietrantonio

Messaggio da Towandaaa »

Una decisione dolorosa (quella di affidare una neonata alla famiglia di alcuni parenti, che la crescono amorevolmente ma senza rivelarle che non sono i veri genitori) seguita da un’altra decisione dolorosa (quella di “restituire” la bambina alla famiglia di origine senza darle spiegazioni) fanno della protagonista di questo romanzo una figura complessa, difficile, sfuggente, al punto che addirittura di lei non si conosce nemmeno il nome, ma solo il soprannome: “l’arminuta”, cioè “la ritornata”.
Questo elemento mi ha da subito colpita per due motivi: uno, estrinseco, mi ha fatto pensare che se esiste una parola per definire chi torna da questa vicenda, non deve essere poi così infrequente, e ciò fa rabbrividire; l’altro, intrinseco, mi ha spinta ad apprezzare ancora di più il lavoro di costruzione e descrizione del personaggio che pur senza un nome, alla fine della storia, appare completamente definito agli occhi del lettore, si disvela poco a poco in tutto il suo tormento, cresce, più faticosamente di quanto già di per sé sia difficile farlo nella delicata fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si distingue per il profitto scolastico, ma attraverso un cammino tutto in salita, dovendo ricostruire tutta la propria storia, ambientarsi in una famiglia che è sua solo biologicamente ma dalla quale si sente totalmente estranea, affrontare duri colpi emotivi e fare luce sul vero motivo per cui è stata frettolosamente restituita alla famiglia naturale (lo scopriamo solo al termine del libro e non intendo certo svelarlo qua: aggiungo solo che a lungo quella che lei credeva essere la madre è sparita, e c’è una frase che ho trovato “tagliente” per descrivere lo stato d’animo della bambina in questo frangente: “All’inizio mandava cartoline con i monumenti della città, poi devono essere finiti”).
Una lettura intensa, emotivamente coinvolgente e “pesante”, che si interrompe forse troppo presto: avrei preferito vedere più approfondite le reazioni della protagonista dopo aver rivisto la madre “adottiva”. E avrei preferito scoprire di più anche sulla sorte della sorella meno fortunata, quella che è sempre rimasta nella famiglia di origine, nella miseria non solo economica ma soprattutto emotiva, nell’incuria per l’istruzione e il benessere morale. Solo con lei l’arminuta crea un legame affettivo, non certo con la vera madre, né con gli altri membri della famiglia: al punto da definirsi “orfana di due madri viventi”.
L’arminuta mi ha quindi lasciata troppo presto, ma conservo un suo pensiero che la dice lunga sulla maturità da lei acquisita, volente o nolente, troppo presto e troppo repentinamente: “Il destino è una parola da vecchi, non puoi crederci a quattordici anni. E se ci credi lo devi cambiare”.
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