"Una domenica" - Fabio Geda

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Towandaaa
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"Una domenica" - Fabio Geda

Messaggio da Towandaaa »

Questo libro mi è piaciuto tantissimo, e considerando che sono piuttosto parca con i superlativi e che si tratta di una lettura piena di sentimenti, il problema si presenta adesso, nello spiegare perché, ma senza scadere nel sentimentalismo.
Un racconto su almeno tre piani temporali diversi: quello centrale, la domenica del titolo, vede un uomo da poco vedovo attendere e darsi da fare con i preparativi per la visita tanto attesa della figlia, del genero e delle nipotine; visita che purtroppo però non avrà luogo a causa di un infortunio occorso a una delle bambine. E mentre seguiamo i pensieri e le azioni del protagonista, le sue attese, i suoi momenti di malinconia nel seguire le ricette scritte dalla moglie su un quaderno che ha accompagnato tutta la loro vita coniugale (“Aveva accarezzato le pagine con una meticolosità da cieco per sentire la profondità delle incisioni lasciate dalla penna e gli occhi si erano riempiti di lacrime”), i suoi ricordi, sembra proprio di essere lì con lui. Tutto ciò però, e questo è un primo punto di originalità, viene narrato non dal protagonista stesso, o da una voce fuori campo, ma dall’altra figlia del protagonista, quella un po’ più ribelle e lontana dalla vita del padre, tanto che praticamente non si parlano, senza che ciò dipenda da qualcosa di ben definito (lo scopriremo più avanti, ma non anticipo niente).
Prima però di seguire lo svolgimento di questa particolare domenica, si aprono alcune parentesi in flash back, che servono a raccontarci qualcosa di più di tutti i membri di questa famiglia: oltre al protagonista, spesso lontano da casa per lavoro, la moglie, pietra angolare e punto fermo della famiglia, e tre figli, molto diversi tra loro.
E per tutta la durata del racconto queste parentesi si alternano ad altre aperture in flash forward, che ci danno conto di quanto accade dopo quella domenica, delle ricadute che un incontro fortuito determina sulla vita di tutti i personaggi che incontriamo.
Ma torniamo all’infortunio che impedisce lo svolgersi del tanto atteso pranzo nella casa di famiglia: la preoccupazione per la salute della nipotina, la delusione dopo la lunga attesa, una giornata da trascorrere di nuovo da solo, senza più energia né appetito, spingono l’uomo verso una passeggiata che lo distragga. In un giardino pubblico incontra una donna con il figlio adolescente e, com’è come non è, finisce per invitarli a pranzo a casa propria. E di nuovo riprende la ridda dei diversi piani temporali, grazie alla quale impariamo a conoscere anche questa madre e questo figlio, che si trovano in situazione di difficoltà. Ma scopriamo anche un episodio, ancora una volta un incontro fortuito, che ha segnato in positivo la personalità della figlia-voce narrante
Basta, non aggiungo altro sulla trama, in sé semplice, ma al tempo stesso complessa, come sempre lo sono le relazioni familiari e con gli estranei. Vi invito però a leggere questa delicata, sentita e affatto sdolcinata storia che parla di solitudini (“Le porte delle stanze erano spalancate. Tutte. Trovava insopportabile vederle chiuse. Già erano vuote, che almeno respirassero”), di scelte (“ho l’impressione che spesso la gente decida di non intromettersi nelle vite degli altri non per educazione, o per proteggere chi ha di fronte, ma per farsi un favore […] perché una volta fatte le domande e ricevute le risposte non si può più far finta di niente. Di non sapere. La gente è fregata”), di seconde possibilità, di incomprensioni che a distanza di anni possono trovare una propria composizione, accada ciò per volontà o per caso, di errori, di perdono, di speranza, dell’essere genitori (“Sperava che lo riscattassi. I genitori fanno spesso questo errore con i figli”) e dell’essere figli (“quando si hanno sedici anni […] non si sa granchè di ciò che passa per la testa dei propri genitori, né si sa molto di quello che capiscono, e ancora meno di cosa si agita nei loro cuori. Da un lato questo protegge dal crescere troppo in fretta, ma dall’altro quel che si rischia di perdere è la verità; la verità di un padre o di una madre. E questa inconsapevolezza rende difficile esprimere quel giudizio che ciascuno prima o poi dovrà darne”), di vita e di morte (“notai che da sotto il fazzoletto, quello su cui l’aveva poggiata, spuntava una foto cui rivolgeva occhiate fugaci, come se facesse parte della colazione, ma per fame di memoria”). E lo fa con un linguaggio che trova il giusto registro: non semplicistico al punto da svilire il racconto, né ricercato al punto da risultare inappropriato (“La domenica stava prendendo consistenza. Il giorno si accumulava attorno agli arredi urbani, agli alberi, ai lampioni, ai furgoncini parcheggiati, sfiorava le finestre facendo tintinnare i vetri e suonava con lunghe dita le ringhiere dei balconi. I bambini, nelle case in cui c’erano, si rigiravano tra le coperte, i gatti sbadigliavano stiracchiandosi, e papà mise sul fuoco una seconda caffettiera e cominciò a darci dentro con la cucina”).
Concludo con due citazioni (sì, altre due… sapeste quante ne ho a malincuore scartate !).
La prima, molto bella, sul potere delle parole, scritte o recitate (la figlia-narratrice è sceneggiatrice): “Svelare attraverso le parole ciò che mi sono persa confusa dal rumore del presente e impastoiata nelle emozioni: ecco cosa amo del mio lavoro […]. Mentre le cose accadono è raro che ragione ed emozione trovino la forza di comunicare. Di solito viaggiano separate. Nella scrittura, su un palco, su uno schermo, l’arte ha il potere di riunirle. La vita ci travolge, ci sopraffà, soprattutto quando riguarda noi o le persone con cui siamo invischiati in relazioni intense. Quando invece è mediata da un racconto, sceneggiata, romanzata, vi prendiamo parte con il cuore e allo stesso tempo con la mente, emozionandoci e ragionando sull’emozione”).
La seconda (spezzata in due punti distanti del romanzo, separati da oltre 130 pagine, ma idealmente unica), che prendo come monito per me e offro ai vostri pensieri: “aveva scoperto di aver prestato nel corso della vita più attenzione alle cose urgenti che a quelle importanti” – “Non avrebbe più avuto urgenze, pensò, se non godere del tempo che le persone cui teneva gli avrebbero dedicato”.
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