"Il borghese Pellegrino" - Marco Malvaldi

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Towandaaa
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"Il borghese Pellegrino" - Marco Malvaldi

Messaggio da Towandaaa »

Divertente e allo stesso tempo ben costruito come intreccio giallo, nella più classica delle versioni, quella del delitto nella camera chiusa. Come in "Odore di chiuso", il Malvaldi migliore, secondo me, dopo che la serie dei vecchietti del Bar Lume ha preso la deriva macchiettistica e sboccata che porta a rimpiangere il divertimento genuino offerto dai primi episodi.
La mano è sempre quella, e l'autore pare proprio non farcela a trattenersi dal fare l'occhiolino al lettore: ora con parentesi didascaliche su fenomeni chimici o fisici (la fermentazione degli zuccheri, le proprietà balistiche di un tappo di spumante), ora con brevi dissertazioni (come quella sul motivo per cui ebrei e musulmani non si cibano di maiale) che a mio parere finiscono per spezzare il ritmo della narrazione senza avere una propria ragion d'essere irrinunciabile, ora con riferimenti e parallelismi (il bassista dei Kiss, il SUV) che stonano non tanto per il loro essere anacronistici in un romanzo ambientato all'inizio del 1900 quanto perché appaiono forzatamente calati sul tavolo con un gesto ad effetto avulso dal contesto, ora con incisi tramite i quali l'autore pare voler sminuire le proprie capacità con tanto di pluralis modestiae per rendere maggiormente partecipi i destinatari e semmai, al contrario, porsi al centro dell'attenzione ("ci sarebbe bisogno di ben altre capacità letterarie per descrivere adeguatamente l'atmosfera della stanza [...]. Quindi, non ci proveremo nemmeno").
Al netto di queste piccole pecche, comunque, rimane una lettura molto piacevole e molto curata soprattutto per quanto riguarda la descrizione dei personaggi e le pagine del diario di Pellegrino Artusi, in cui oltre al linguaggio dell'epoca e al pensiero in materia culinaria dell'illustre esperto gastronomo, capita di imbattersi anche in pensieri che travalicano i confini della tavola, e che sono validi allora come ora: "Se siamo preparati in ciò di cui si parla, il nostro dovere è fare; nel caso contrario, credo che sia nostro preciso dovere l'astenerci dal fare qualsivoglia cosa, di quelle che si fanno pur di non apparire indifferenti. Questa nostra società funzionerebbe assai meglio se ognuno si sforzasse di fare al meglio ciò che sa fare, tentasse di imparare ciò che non sa fare, e avesse sempre ben presente ove si trova il confine tra queste due cose".
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