Baricco - Omero, Iliade

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Meletta
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Baricco - Omero, Iliade

Messaggio da Meletta »

E' uscito oggi "Omero, Iliade", "un grande progetto di rilettura del poema omerico destinato alla scena teatrale" (come ben sanno i bcorsari che parteciperanno al reading, a Roma o a Torino).
La sottoscritta prevede di acquistarlo presto, se nel frattempo qualcuno di voi lo prende ed inizia a leggerlo...

..prime impressioni, please! :mrgreen:
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Syrius
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Re: Baricco - Omero, Iliade

Messaggio da Syrius »

Me lo presti poi Meletta per favore? :whistle: :wink:
Possiamo fare uno scambio di prestiti se ti va, ok? :wink:

Ciao :D
Prima di spedire, contattatemi in bookcrossing.com. Grazie

Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata.
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Puoi svegliarti anche molto presto all'alba, ma il tuo destino si è svegliato mezz'ora prima di te.
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Messaggio da Meletta »

Certo!
Anzi, dirò di più..se ci saranno adesioni una volta letto pensavo di farne un ring/ray... :mrgreen:

Per un approfondimento:
http://www.feltrinelli.it/SpecialiLibri ... _spec=1029
e questo intervento di Baricco su Repubblica:

L'INTERVENTO
Rileggere l'Iliade
ai tempi della guerra
di ALESSANDRO BARICCO

Non sono, questi, anni qualunque per leggere l'Iliade. O per "riscriverla", come mi è accaduto di fare. Sono anni di guerra. E per quanto "guerra" continui a sembrarmi un termine sbagliato per definire cosa sta accadendo nel mondo (un termine di comodo, direi), certo sono anni in cui una certa orgogliosa barbarie, per millenni collegata all'esperienza della guerra, è ridivenuta esperienza quotidiana. Battaglie, assassinii, violenze, torture, decapitazioni, tradimenti. Eroismi, armi, piani strategici, volontari, ultimatum, proclami. Da qualche profondità che credevamo più sigillata, è tornato a galla tutto l'atroce e luminoso armamentario che è stato per tempo immemorabile il corredo di un'umanità combattente.

In un contesto del genere - vertiginosamente delicato e scandaloso - anche i dettagli assumono un significato particolare. Leggere in pubblico l'Iliade è un dettaglio, ma non è un dettaglio qualsiasi. Per esser chiaro, vorrei dire che l'Iliade è una storia di guerra, lo è senza prudenza e senza mezze misure: e che è stata composta per cantare un'umanità combattente, e per farlo in modo così memorabile da durare in eterno, ed arrivare fino all'ultimo figlio dei figli, continuando a cantare la solenne bellezza, e l'irrimediabile emozione, che era stata un tempo la guerra, e che sempre sarà.

A scuola, magari, la raccontano diversamente. Ma il nocciolo è quello. L'Iliade è un monumento alla guerra.
Così la domanda sorge naturale: che senso ha in un momento come questo dedicare tanto spazio, e attenzione, e tempo a un monumento alla guerra? Come mai, con tante storie che c'erano, ci si ritrova attratti proprio da quella, quasi fosse una luce che detta una fuga alla tenebra di questi giorni?


Credo che una risposta vera la si potrebbe dare solo se si fosse capaci di capire fino in fondo il nostro rapporto con tutte le storie di guerra, e non con questa in particolare: capire il nostro istinto a non smettere di raccontarle mai.

Ma è una questione molto complessa, che non può certo essere risolta qui, e da me. Quel che posso fare è restare all'Iliade e annotare due cose che, in un anno di lavoro a stretto contatto con quel testo, mi è accaduto di pensare: riassumono quanto, in quella storia, mi è apparso con la forza e la limpidezza che solo i veri insegnamenti hanno.

La prima. Una delle cose sorprendenti dell'Iliade è la forza, direi la compassione, con cui vi sono tramandate le ragioni dei vinti. È una storia scritta dai vincitori, eppure nella memoria rimangono anche, se non soprattutto, le figure umane dei Troiani. Priamo, Ettore, Andromaca, perfino piccoli personaggi come Pàndaro o Sarpedonte.

Questa capacità, sovrannaturale, di essere voce dell'umanità tutta e non solo di se stessi, l'ho ritrovata lavorando al testo e scoprendo come i Greci, nell'Iliade, abbiano tramandato, tra le righe di un monumento alla guerra, la memoria di un amore ostinato per la pace. A prima vista non te ne accorgi, accecato dai bagliori delle armi e degli eroi. Ma nella penombra della riflessione viene fuori un'Iliade che non ti aspetti. Vorrei dire: il lato femminile dell'Iliade.

Sono spesso le donne a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace. Relegate ai margini del combattimento, incarnano l'ipotesi ostinata e quasi clandestina di una civiltà alternativa, libera dal dovere della guerra. Sono convinte che si potrebbe vivere in un modo diverso, e lo dicono. Nel modo più chiaro lo dicono nel VI libro, piccolo capolavoro di geometria sentimentale.

In un tempo sospeso, vuoto, rubato alla battaglia, Ettore entra in città e incontra tre donne: ed è come un viaggio nell'altra faccia del mondo. A ben vedere tutt'e tre pronunciano una stessa supplica, pace, ma ognuna con la propria tonalità sentimentale. La madre lo invita a pregare. Elena lo invita al suo fianco, a riposarsi (e anche a qualcosa di più, forse).

Andromaca, alla fine, gli chiede di essere padre e marito prima che eroe e combattente. Soprattutto in questo ultimo dialogo, la sintesi è di un chiarore quasi didascalico: due mondi possibili stanno uno di fronte all'altro, e ognuno ha le sue ragioni. Più legnose, cieche, quelle di Ettore: moderne, tanto più umane, quelle di Andromaca. Non è mirabile che una civiltà maschilista e guerriera come quella dei Greci abbia scelto di tramandare, per sempre, la voce delle donne e il loro desiderio di pace?

Lo si impara dalla loro voce, il lato femminile dell'Iliade: ma una volta imparato, lo si ritrova, poi, dappertutto. Sfumato, impercettibile, ma incredibilmente tenace. Io lo vedo fortissimo nelle innumerevoli zone dell'Iliade in cui gli eroi, invece che combattere, parlano. Sono assemblee che non finiscono mai, dibattiti interminabili, e uno smette di odiarli solo quando inizia a capire cosa effettivamente sono: sono il loro modo di rinviare il più possibile la battaglia. Sono Sherazade che si salva raccontando.

La parola è l'arma con cui congelano la guerra. Anche quando discutono di come farla, la guerra, intanto non la fanno, e questo è pur sempre un modo di salvarsi. Sono tutti condannati a morte ma l'ultima sigaretta la fanno durare un'eternità: e la fumano con le parole. Poi, quando in battaglia ci vanno davvero, si trasformano in eroi ciechi, dimentichi di qualsiasi scappatoia, fanaticamente votati al dovere. Ma prima: prima è un lungo tempo, femminile, di lentezze sapienti, e sguardi all'indietro, da bambini.

Nel modo più alto e accecante, questa sorta di ritrosia dell'eroe si coagula, come è giusto, in Achille. È lui quello che ci mette più tempo, nell'Iliade, a scendere in battaglia. È lui che, come una donna, assiste da lontano alla guerra, suonando una cetra e rimanendo al fianco di quelli che ama. Proprio lui, che della guerra è l'incarnazione più feroce e fanatica, letteralmente sovrumana.

La geometria dell'Iliade è, in questo, di una precisione vertiginosa. Dove più forte è il trionfo della cultura guerriera, più tenace e prolungata è l'inclinazione, femminile, alla pace. Alla fine è in Achille che l'inconfessabile di tutti gli eroi erompe in superficie, nella chiarezza senza mediazioni di un parlare esplicito e definitivo. Quel che lui dice davanti all'ambasceria mandatagli da Agamennone, nel IX libro, è forse il più violento e indiscutibile grido di pace che i nostri padri ci abbiano tramandato:

Niente, per me, vale la vita: non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell'uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.

Sono parole da Andromaca: ma nell'Iliade le pronuncia Achille, che è il sommo sacerdote della religione della guerra: e per questo esse risuonano con un'autorevolezza senza pari. In quella voce - che, sepolta sotto un monumento alla guerra, dice addio alla guerra, scegliendo la vita - l'Iliade lascia intravedere una civiltà di cui i Greci non furono capaci, e che tuttavia avevano intuito, e conoscevano, e perfino custodivano in un angolo segreto e protetto del loro sentire. Portare a compimento quell'intuizione forse è quanto nell'Iliade ci è proposto come eredità, e compito, e dovere.

Come svolgere quel compito? Cosa dobbiamo fare per indurre il mondo a seguire la propria inclinazione per la pace? Anche su questo l'Iliade ha, mi sembra, qualcosa da insegnare. E lo fa nel suo tratto più evidente e scandaloso: il suo tratto guerriero e maschile. È indubbio che quella storia presenti la guerra come uno sbocco quasi naturale della convivenza civile. Ma non si limita a questo: fa qualcosa di assai più importante e, se vogliamo, intollerabile: canta la bellezza della guerra, e lo fa con una forza e una passione memorabili. Non c'è quasi eroe di cui non si ricordi lo splendore, morale e fisico, nel momento del combattimento. Non c'è quasi morte che non sia un altare, decorato riccamente e ornato di poesia.

La fascinazione per le armi è costante, e l'ammirazione per la bellezza estetica dei movimenti degli eserciti è continua. Bellissimi sono gli animali, nella guerra, e solenne è la natura quando è chiamata a far da cornice al massacro. Perfino i colpi e le ferite vengono cantati come opere superbe di un artigianato paradossale, atroce, ma sapiente. Si direbbe che tutto, dagli uomini alla terra, trovi nell'esperienza della guerra il momento di sua più alta realizzazione, estetica e morale: quasi il culmine glorioso di una parabola che solo nell'atrocità dello scontro mortale trova il proprio compimento.

In questo omaggio alla bellezza della guerra, l'Iliade ci costringe a ricordare qualcosa di fastidioso ma inesorabilmente vero: per millenni la guerra è stata, per gli uomini, la circostanza in cui l'intensità - la bellezza - della vita si sprigionava in tutta la sua potenza e verità. Era quasi l'unica possibilità per cambiare il proprio destino, per trovare la verità di se stessi, per assurgere a un'alta consapevolezza etica.

Di contro alle anemiche emozioni della vita, e alla mediocre statura morale della quotidianità, la guerra rimetteva in movimento il mondo e gettava gli individui al di là dei consueti confini, in un luogo dell'anima che doveva sembrar loro, finalmente, l'approdo di ogni ricerca e desiderio. Non sto parlando di tempi lontani e barbari: ancora pochi anni fa, intellettuali raffinati come Wittgenstein e Gadda, cercarono con ostinazione la prima linea, il fronte, in una guerra disumana, con la convinzione che solo là avrebbero trovato se stessi. Non erano certo individui deboli, o privi di mezzi e cultura. Eppure, come testimoniano i loro diari, ancora vivevano nella convinzione che quell'esperienza limite - l'atroce prassi del combattimento mortale - potesse offrire loro ciò che la vita quotidiana non era in grado di esprimere.

In questa loro convinzione riverbera il profilo di una civiltà, mai morta, in cui la guerra rimaneva come fulcro rovente dell'esperienza umana, come motore di qualsiasi divenire. Ancor oggi, in un tempo in cui per la maggior parte degli umani l'ipotesi di scendere in battaglia è poco più che un'ipotesi assurda, si continua ad alimentare, con guerre combattute per procura attraverso i corpi di soldati professionisti, il vecchio braciere dello spirito guerriero, tradendo una sostanziale incapacità a trovare un senso, nella vita, che possa fare a meno di quel momento di verità.

La malcelata fierezza maschile cui, in Occidente come nel mondo islamico, si sono accompagnate le ultime esibizioni belliche, lascia riconoscere un istinto che lo shock delle guerre novecentesche non ha evidentemente sopito. L'Iliade raccontava questo sistema di pensiero e questo modo di sentire, raccogliendolo in un segno sintetico e perfetto: la bellezza. La bellezza della guerra - di ogni suo singolo particolare - dice la sua centralità nell'esperienza umana: tramanda l'idea che altro non c'è, nell'esperienza umana, per esistere veramente.

Quel che forse suggerisce l'Iliade è che nessun pacifismo, oggi, deve dimenticare, o negare quella bellezza: come se non fosse mai esistita. Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c'è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l'unico riscatto possibile dalla penombra della vita.

Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all'eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un'altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un'altra bellezza è forse l'unica strada verso una pace vera.

Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell'esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell'intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l'emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un'altra bellezza, se capite cosa voglio dire.

Oggi la pace è poco più che una convenienza politica: non è certo un sistema di pensiero e un modo di sentire veramente diffusi. Si considera la guerra un male da evitare, certo, ma si è ben lontani da considerarla un male assoluto: alla prima occasione, foderata di begli ideali, scendere in battaglia ridiventa velocemente un'opzione realizzabile.

La si sceglie, a volte, perfino con una certa fierezza. Continuano a schiantarsi, le falene, nella luce del fuoco. Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un'altra bellezza, e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono.

E' un'impresa utopica, che presuppone una vertiginosa fiducia nell'uomo. Ma mi chiedo se mai ci siamo spinti così avanti, come oggi, su un simile sentiero. E per questo credo che nessuno, ormai, riuscirà più a fermare quel cammino, o a invertirne la direzione. Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra. E non saranno la paura né l'orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite.
Ultima modifica di Meletta il gio set 16, 2004 6:12 pm, modificato 1 volta in totale.
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Syrius
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Messaggio da Syrius »

Ultimo per favore nel caso e se fosse possibile... :whistle: con i tempi di lettura che ho in questo periodo di ripresa! :shock: :wink:
Potrei darti un passaggio a Londra! :mrgreen:
Prima di spedire, contattatemi in bookcrossing.com. Grazie

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Messaggio da Meletta »

Mi sembra uno scambio interessante! :mrgreen:
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virruzza
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Messaggio da virruzza »

Maletta, se decidi di farne un ring... IO CI SONO! :-)

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Messaggio da Meletta »

Che bello!! :mrgreen:
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Xenia
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Messaggio da Xenia »

non so se interessa, ma baricco parlerà del suo progetto di rilettura dell'Iliade sabato 18, all'Infedele di gad lerner su la7 :)
Accadono cose che sono come domande; passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
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Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza di essere ancora felice. (Jules Renard)

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Quinnipak
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Messaggio da Quinnipak »

Certo che interessa!! :wink:
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ciucchino
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Alessanro Baricco - Omero, Iliade

Messaggio da ciucchino »

Baricco “riscrive” l’Iliade adattando il testo omerico a una lettura pubblica: il risultato è un libro veramente interessante e coinvolgente.

Ci sono dei tagli: non tanto di scene intere, ma di alcune ripetizioni. L’eccezione più evidente a questa sua regola è l’eliminazione di tutte le apparizioni degli dei che lui ritiene essere la parte più estranea alla sensibilità moderna (mentre a me hanno sempre molto affascinato queste divinità così “umane” e capricciose).
Molto interessante a mio giudizio è la narrazione in soggettiva: Baricco ha scelto una serie di personaggi facendo raccontare a loro la storia.
Le piccole aggiunte al testo originale sono fatte in corsivo: servono per dare continuità al testo e a volte si riferiscono ad altre narrazioni posteriori (il caso più evidente è la narrazione nell’ultimo capitolo della caduta di Troia)

Vorrei sottolineare l’interessante postilla dove Baricco riflette sull’opportunità in questi tempi di raccontare una storia di guerra.
L’Iliade è un monumento alla guerra: è stata composta per cantare un’umanità combattente e per farlo in modo così memorabile da durare in eterno (“la tristezza è il nostro destino: ma è per questo che le nostre vite saranno cantate per sempre, da tutti gli uomini che verranno”).
Tra le righe di un monumento alla guerra, troviamo anche un amore ostinato per la pace: sono soprattutto le donne a chiedere la pace senza esitazione. Anche gli uomini però vogliono la pace: ne parlano nelle assemblee, si chiedono come Achille per chi e per cosa combattere ma poi, fanaticamente votati al loro dovere, vanno incontro alla morte come eroi.
L’Iliade è un continuo omaggio alla bellezza della guerra e ci costringe a ricordare per che millenni la guerra è stata per gli uomini la circostanza in cui l’intensità della vita si sprigionava in tutta la sua potenza: era quasi l’unica possibilità per cambiare il proprio destino, per trovare la verità in se stessi. La paura e l’orrore non hanno trattenuto l’uomo attratto dalla guerra come unico riscatto possibile dalla penombra della vita.
Baricco conclude che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremmo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre.
"I libri li rubavo. I libri non dovrebbero costare nulla, pensavo allora e penso ancora oggi".
(Pascal Mercier, "Treno di notte per Lisbona)

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Amaryllis
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Messaggio da Amaryllis »

Lo sto leggendo anch'io :)
ciucchino ha scritto:mentre a me hanno sempre molto affascinato queste divinità così “umane” e capricciose
anche a me

Io mi sono appassionata all'Iliade in seconda elementare (avevo un'insegnante che ce ne leggeva in classe una sorta di riassunto, io ero la sua fan più accesa) e ho continuato ad apprezzarla al Liceo...
Ormai situazioni e personaggi sono radicati nel mio personale immaginario e le nuove versioni, compresa questa di Baricco, me le fanno rivivere... l'effetto è piacevole :yes!:
“Le fiabe dicono più che la verità. E non solo perchè raccontano che i draghi esistono, ma anche perchè affermano che si possono sconfiggere.”

G. K. Chesterton

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micoool
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Messaggio da micoool »

finito di leggere ieri!
Bellissimo.. bellissima l'Iliade, belle le scene che ha scelto di raccontarci Baricco.. a me commuove e piace tantissimo la storia di questi eroi. Bellissimo poi il commento finale sulla guerra :yes!:
Se leggero ti farai io sarò vento per darti il mio sostegno senza fingere e se distanza ti farai io sarò asfalto impronta sui tuoi passi senza stringere mai (Subsonica)

E sapeva che nessuna terra avrebbe nascosto in lei l'orma del mare (Baricco)

il mio blog: http://micoool.splinder.com

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Messaggio da Guardiano Cieco »

Letta, finalmente, e credo che ci siano alcune osservazioni da fare: perdonate se non piaceranno ai baricchiani convinti, le faccio per deformazione professionale.

Non c'è dubbio che l'ILiade di Baricco sia un bel libro: è scritto bene, è coinvolgenete, è sicuramente un ottimo modo di introdurre alla lettura dell'Iliade vera e propria; inoltre, l'idea di dar voce ai personaggi facenod raccontare loro in prima persona le vicende di cui sono protagonisti è senz'altro un buona trovata per mettere in luce certe corde del poema che nella narrazione diciamo esterna, oggettiva, non soggettiva, restano sottintese.

Allo stesso tempo però, intitolando il suo libro Omero, Iliade, Baricco fa in modo che queste qualità si trasormino in difetti: perchè l'Iliade che egli racconta NON è affatto quella di Omero, della quale Baricco senza dubbio ha capito poco o niente.

E' vero che questi non sono tempi qualunque per rileggere l'Iliade, o per riscriverla: sono tempi pericolosi, in cui, invece di leggere l'Iliade per cercare le differenze e le analogie con cui lo spirito umano reagisce ad eventi traumatici come può essere una guerra, la si piega ad interpretare il proprio tempo secondo le proprie esigenze e le proprie ideologie. Mi spiego meglio: L'Iliade è (in parte, in minima parte) una storia di guerra, come dice Baricco: ma non è affatto un monumento alla guerra. E' anzi il più grande monumento alla pace che sia mai stato scritto, semmai è un monumento a quegli uomini che la guerra non la vorrebbero fare per niente, e se potessero se ne andrebbero a casa loro a godersi quello che hanno lasciato. Dei guerrieri che si trovano a fare la guerra di Troia, nessuno è così "irrimediabilmente emozionato" come Baricco mostra di credere: I greci sono lì per forza, perchè ce li ha trascinati Agamennone per rendere onore a suo fratello, ma se potessero vorrebbero essere da tutt'altra parte: prova ne sia che quando, nel secondo libro, Agamennone saggia l'animo dei soldati e li esorta a correre alle navi perchè tanto Troia non la prenderanno mai, a parte Odisseo nemmeno uno sta lì ad aspettare, ma tutti corrono all'impazzata verso le navi perchè non vedono l'ora di tornare a casa, stanchi di combattere una guerra che non gli dà niente e che a loro non interessa minimamente; e se non ci fossse Odisseo che li richiama, in dieci minuti a Troia non sarebbe rimasto più nessuno. E i Troiani? Se potessero, uccidere Paride seduta stante e restituirebbero a Menelao tutte le sue cose e la sua donna, e tutti si augurano che Paride muoia il prima possibile, Ettore per primo. Il carattere principale dell'Iliade è proprio questo: il senso di colpa, in cui tutti sentono di combattere una guerra che non li tocca direttamente contro uomini che a loro personalmente non hanno fatto niente. Sono proprio queste le ragioni dei vinti: ma i vinti sono tutti, Troiani ed Achei senza distinzione: nessuno ricava niente dalla guerra. Tutti quelli che vi combattono sono destinati a morire di morti terribili, o sul campo o nel ritorno a casa. La frase famosa che la guerra è il male peggiore che può capitare all'uomo perchè in tempo di pace i figli seppelliscono i padri, mentre in tempo di guerra i padri i figli, si ritrova per la prima volta, implicitamente, proprio in molti luoghi dell'Iliade. In effetti Baricco dice che
i Greci, nell'Iliade, abbiano tramandato, tra le righe di un monumento alla guerra, la memoria di un amore ostinato per la pace
ma la sua idea onnipresente della bellezza della guerra gli impedisce di dar pieno risalto a questa affermazione.

E le donne? E' un'esagerazione dire che le donne in Omero sono la voce della pace: le tre donne che parlano nell'Iliade, Elena, Ecuba e Andromaca, non invocano mai testualmente la pace: semmai dicono a Ettore di non andare a combattere lasciando che se la sbrighhino gli altri (Andromaca ed Ecuba), o si lamentano del macello che hanno fatto venir fuori (Elena). Quanto all'"ipotesi di una civiltà alternativa" di cui le donne dell'Iliade, secondo Baricco, si fanno portavoce, sarei proprio curioso di sapere dove l'ha trovata nel testo dell'Iliade, se non nelle aggiunte che ci ha messo lui.

E poi? ah sì, la ritrosia dell'eroe che si manifesta nel grado più alto in Achille. In effetti, è vero che Achille pronuncia quell'elogio del valore della vita umana che Baricco cita, ma il fatto che se ne stia lontano dalla guerra è dovuto a ragioni di puntiglio, di orgoglio, e spesso trattenuto a stento, perchè quando vede i compagni che combattono anche il buon Achille scalpita per andare a combattere, e quando rientra in battaglia, gli dèi lo devono trattenere, altrimenti in quattro e quattr'otto farebbe finire la guerra ammazzando tutti e buttando giù da solo la città.

E veniamo a questa tanto decantata bellezza della guerra: le morti degli eroi sarebbero, secondo Baricco, degli altari, riccamente decorati e ornati di poesia. Le morti degli eroi dell'Iliade sono quanto di più splatter si possa immaginare: cervelli spappolati, lance conficcate nelle vesciche, teste mozzate e divorate dai pesci, o dai cani e dagli avvoltoi, guerrieri tranciati in due con tanto di spargimento in terra di viscere, lance conficcate nei cuori ancora pulsanti che le fanno vibrare coi loro ultimi battiti... Un teatro di atrocità con cui il poeta dell'Iliade ci mostra tutti i vari modi di morire in guerra per dirci che, forse, per finire così le guerre è meglio non farle. Certo, ci sono dei momenti apparentemente di bellezza estetica, come quando si descrive lo splendore delle armi, delle corazze e degli elmi quando i guerrieri vanno in battaglia: ma non sono bei momenti, e il poeta infatti aggiunge che "sarebbe veramente uno stolto, un cuore d'acciaio, chi vedendo un simile spettacolo, gioisse invece di piangere". Il messaggio di Omero non è che la guerra è un inferno, ma bello, come scrive Baricco: è che la guerra sarà pure bella, ma è un inferno.

Degli eroi di Omero, in effetti, ci ricordiamo ancora adesso, quindi la loro voglia di immortalità alla fine è servita a qualcosa: è vero che essi considerano la guerra il modo migliore per essere ricordati nell'eternità. Ma se andiamo a vedere l'Odissea, quando Odisseo scende nell'Ade e ci trova Achille, e lo dice fortunato perchè, dopo essere stato fortissimo in guerra ed essere andato incontro ad una bella morte, ora regna anche tra i morti, Achille gli risponde che per fare la fine che ha fatto lui era meglio essere il servo di un poveraccio, ma almeno essere ancora al mondo.
In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro.
(Tommaso da Kempis, Imitazione di Cristo)

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Baricco: Omero, Iliade

Messaggio da Kiarina »

So che Baricco scatena continuamente una serie interminabile di pareri contrastanti, ma visto che ho un bel buono d'acquisto alla Feltrinelli ( :mrgreen: ), stavo pensando di portarmi a casa Omero, Iliade (voglio dire, dato il mio interesse per l'argomento sono pure andata a vedere Troy, non può essere peggio, giusto?? :eh?: ).
Le recensioni su Internet Bookshop contemplano tutto e il contrario di tutto, non mi sono di alcun aiuto.
Sperando di non innescare un epico conflitto di opinioni, qualcuno lo ha già letto?
Ero fortunato ad avere ancora mia madre che, occupandosi di me, mi permetteva di protrarre l'adolescenza. Molto fortunato. Ero nato con la camicia: tanto valeva che me la stirasse. (Il conto dell'ultima cena-Andrea Pinketts)

"Sono un clown e faccio raccolta di attimi." (Opinioni di un clown, Boll)

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agnul
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Messaggio da agnul »

Confesso, si'. L'ho letto :roll:

Nonostante tutti i pregiudizi che continuo ad avere su Baricco, pregiudizi che continuero' ad applicare a tutti i libri che sono farina del suo sacco, mi e' piaciuto. Ma sono sicuro che non sia merito suo ma della storia originale :lol:

Ma i miei appunto sono pregiudizi.
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Babette
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Messaggio da Babette »

Anche altri avevano confessato :wink:
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Kiarina
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Messaggio da Kiarina »

Proprio in questi momenti mi rendo conto di essere rimasta in debito col passare del tempo...credevo che fosse appena uscito :wall:
Ero fortunato ad avere ancora mia madre che, occupandosi di me, mi permetteva di protrarre l'adolescenza. Molto fortunato. Ero nato con la camicia: tanto valeva che me la stirasse. (Il conto dell'ultima cena-Andrea Pinketts)

"Sono un clown e faccio raccolta di attimi." (Opinioni di un clown, Boll)

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mizzy
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Messaggio da mizzy »

L'ho letto! e confesso che, pur essendo una caprona in storia etc etc... mi ha affascinato tantissimo!
Bello! bella la semplicita con cui racconta le scene.... lo consiglio. :yes!:
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tilly77
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Messaggio da tilly77 »

Premettendo che a me Baricco è sempre piaciuto e che quando sono andata a vedere Totem a teatro son tornata a casa con un sorrisone di soddisfazione appagata stampato in faccia, a me quest' operazione non ha convinto per niente. Non sono una purista contraria alle rivisitazioni dei classici ma sinceramente questa Iliade, pur piacendomi abbastanza a livello superficiale(si legge bene, l'espediente della prima persona coinvolge), non mi ha preso profondamente e mi ha lasciato dei dubbi: cosa voleva fare Baricco? Avvicinare i giovani (ma anche i meno giovani) che non leggono più ai classici? Il fatto è che ho l'impressione che per tante persone questo libro non sia, come io credo dovrebbe essere, uno spunto per andare a (ri)leggersi il testo originale ma solo una sorta di Bignamino neanche troppo fedele (io che abbia eliminato gli dei non gliela perdono!) che fa stare a posto con la coscienza, della serie "Dalla lista dei classici posso depennare l'Iliade, ora passiamo ad altro..." Insomma come testo teatrale aveva un senso (mica si può recitare l'intera opera in 2 orette) ma una volta trasportato su carta scade un bel po'... e l'idea che ora Baricco sia alle prese con un' operazione simile ai danni di Moby Dick mi mette ansia... ma perché non torna a scrivere qualcosa tipo Oceano mare o Novecento?

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Tallmaris
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Messaggio da Tallmaris »

Appena letto... e stavolta non ci siamo proprio... :no!:

Ho detto di lui in altri casi e la mia opinione è generalmente positiva, ma secondo me questa rilettura dell'Iliade è davvero troppo... con tracotanza e saccenteria taglia e reinterpreta, elimina il ruolo degli dei (con la scusa che "non sono necessari"), aggiunge pezzi, tenta di dare al testo più ritmo (che forse l'unica cosa che gli riesce), ma purtroppo, nel fervore del taglio, la narrazione perde il senso e tutto il tessuto si sfilaccia, facendo affiorare troppo la mano del restauratore/devastatore.

Sicuramente un modo nuovo e positivo per divulgare un classico, ma c'è troppo Baricco dentro per essere ignorato. Avrei preferito un lavoro fatto con più umiltà, ma chiedere a Baricco di essere umile è come chiedere al sole di non sorgere.

Sulla postilla finale Guardiano Cieco ha detto già abbastanza e sono d'accorco con lui. Aggiungo anche che leggere i Greci definiti "una società maschilista e guerriera" mi ha fatto un certo senso... vabbe' che non erano certo tutti impegnati a ricamare trine e merletti, ma neanche erano i guerrafondai del Mediterraneo...
Tallmaris
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