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preferisco il racconto:
Sondaggio concluso il sab giu 12, 2010 9:37 am
1. Fagocitosi 9%  9%  [ 2 ]
2. IKEA 14%  14%  [ 3 ]
3. Stretta in una morsa 5%  5%  [ 1 ]
4. Via Padova, Milano 2010 73%  73%  [ 16 ]
Voti totali : 22
Autore Messaggio
MessaggioInviato: lun giu 07, 2010 1:22 pm 
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amministratrice ziaRottenmeier
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Sesta edizione del cimento letterario bookcorsaro:
viewtopic.php?f=1&t=24114
ecco a voi tutto quanto è pervenuto. Votate e NON commentate!
[si potrà votare da domani 8 giugno perché nei giorni scorsi c'è stato qualche problema tecnico con la mail perciò se qualcuno che ha inviato il suo racconto qui non lo trova ha tempo fino a mezzanotte per inviarlo via mail alla mia mail personale cliccando sul bottone mail in fondo a questo messaggio. Per lo stesso motivo sono ammesse modifiche ai racconti già qui sotto.
Mi scuso per l'inconveniente :roll: ].

Ricordiamo che i racconti devono rimanere anonimi fino al termine delle votazioni e cioè l'11 giugno.

Il tema scelto era quello della giornata mondiale del libro 2010 e cioè:
il riavvicinamento tra culture

rinnovo: NON COMMENTATE!

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Ho potuto così incontrare persone e diventarne amico e questo è molto della mia fortuna (deLuca)
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 Oggetto del messaggio: 1. Fagocitosi
MessaggioInviato: lun giu 07, 2010 1:26 pm 
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amministratrice ziaRottenmeier
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1. Fagocitosi

La baia di Singapore non cambia granché tra giorno e notte.
Alla luce del sole, sempre filtrata da uno schermo lattiginoso di torrida umidità, si sostituisce la luce piezoelettrica, dai cantieri - a schiacciante maggioranza indiana - aperti notte e giorno.
La liquida rivoluzione quotidiana nell’architettura di ogni angolo della città trova il suo campione nella Marina Bay, mai uguale da un anno con l’altro. Secondo gli stupefatti viaggiatori occasionali, da un mese con l’altro.
Prospiciente il sorgente casinò, fortissimamente osteggiato dall’iperconservatore governo del piccolo colosso asiatico, e fortissimamente voluto dal pragmatismo tutto cinese delle stesse persone, c’è una piccola food court: una schiera di bancarelle in cui il singaporean insonne e il viaggiatore in pieno jetlag possono trovare, 24/7, ogni specialità locale o meno. La Marina Food Court, come spesso accade nella società più competitiva del pianeta, non ha esaudito appieno le promesse dei suoi ideatori. Troppo cara per il singaporean, troppo run-down per il turista estremofilo di inizio secolo (o ristorante francese o piena giungla, please). Il risultato è una affluenza giornaliera sufficiente appena per sopravvivere, mentre i sudati ristoratori non sanno che ci sono già piani sulla loro pelle (una food court in meno, un albergo pieno di CEO in più).
Il giovedì notte poca gente popola gli sgabelli di plastica bicolore della Marina Food Court. I vecchietti del Mah Jong non ci sono mai stati, qui, e questo è il più significativo indice della scarsa affezione dei locali per la food court. C’è qualche coppietta, nella migliore recente tradizione asiatica composta da uno strabordante, sudato statunitense ed una sottile fanciulla locale, il cui partner potrebbe esserne persino la custodia. Nell’aria si sente poco cinese, un po’ di hokkien (il dialetto costiero di Taiwan) e molto singlish, la versione locale dell’inglese.
Una Mercedes nera, classe E, si fa strada nel parcheggio nella food court, popolato di Toyota Auris e piccole Suzuki Swift che danno l’impressione di poter essere sistemate nel bagagliaio del colosso tedesco, come scialuppe di salvataggio a quattro ruote. La portiera si apre, e scende un cinese di mezza età. Accenna appena una smorfia, per il contraccolpo tra i 20°C dell’ovattato abitacolo e i 33°C dell’ovattata città, ma il fastidio è superficiale, come per chiunque abbia vissuto qui abbastanza a lungo. Il corpo sa cosa si aspetta quando esci dall’auto, ed il suo non fa eccezione.
L’uomo si avvicina lentamente agli sgabelli, al centro della food court. Non passa in rassegna, una ad una, le possibilità culinarie disponibili, ma non si dirige nemmeno rapido e chirurgico verso la sua meta. Sistema la piega dei pantaloni di sartoria inglese, si accomoda su uno sgabello vicino alla bancarella del mee goreng, e aspetta. L’uomo del mee goreng si dirige verso il tavolo.
“Che vuole?”
“Quanto costa il mee goreng, Siew Chin?”.
L’uomo elegante butta lì il nome quasi casualmente. L’altro apparentemente non si scompone, ma una leggera inerzia nei gesti suggerisce che il colpo è andato a segno. Scrutando più attentamente il ristoratore, una somiglianza tra i due uomini appare sempre più evidente.
Stessa attaccatura dei capelli, stessi zigomi alti.
“10 dollari”.
“10 dollari?”, e c’è del divertimento nella voce dell’uomo elegante. Come si diverte un pugile a stuzzicare uno sparring partner un po’ lento. “Sull’insegna c’è scritto 3 dollari.”
“L’insegna è vecchia. Anzi, credo 15 dollari. I gamberetti sono freschi”.
“Ne prendo due”. Porge un biglietto da 100 dollari tra indice e medio.
Il venditore di mee goreng lo prende, e coglie l’occasione per poter abbassare lo sguardo sul marsupio semidistrutto. Vorrebbe essere altrove. Porge, quasi tira, il resto all’altro, e si rifugia dietro l’enorme wok. Intento alla sua arte, direbbe qualcuno.
Quando i due piatti di plastica vengono schiaffati sul tavolo, l’uomo elegante non ha più tanta voglia di provocare. Non era venuto per quello, e cerca di trattenersi.
L’altro, lasciati i piatti, si asciuga le mani sul retro della lurida maglietta Nike.
“Il signore vuole altro?”, chiede in hokkien. Il tono è stanco, e ora i due uomini si assomigliano in modo persino sconvolgente.
“Siediti, per favore”. L’altro si siede.
“Ero venuto a vedere come stavi. E’ passato troppo da quando ci si è parlati”. Non più l’inglese oxfordiano, ma dialetto hokkien.
“Cos’è, sei stanco dei tuoi amici ang moh* ? O loro di te?”
“Non dire stronzate. Solo voi deficienti usate ancora quel termine”, risponde l’uomo elegante, per la prima volta irritato.
“Sei una scimmia ammaestrata, come quelle che fanno le foto coi turisti a Sentosa, e lo sai” risponde il venditore di mee goreng, “e anche papà lo pensava”.
“Oh davvero? Chi pensi mi abbia mandato all’Imperial College? La dea della Luna?”. Una vena di amarezza è evidente nelle parole dell’uomo elegante; il suo interlocutore è tuttavia troppo intento a godersi la schermaglia per infierire. “Chi pensi abbia pagato per il funerale, eh, Siew Chin? Tutti i tuoi principi, e non hai potuto nemmeno permetterti una sepoltura degna di nostro padre. Io almeno ho potuto dargli una sepoltura onorevole. Tutti se la ricordano a distanza di due anni”.
Il padiglione giallo, ripieno di fiori e musica per 28 giorni, secondo la tradizione hokkien per i funerali più prestigiosi, era stato indubbiamente l’attrazione del quartiere di Cho Chu Kang due primavere prima. L’ultima volta in cui i due uomini si erano parlati, senza che fosse avvenuta nessuna melodrammatica scenata - inconcepibile per un cinese ad un funerale - ma semplicemente come due persone che non hanno nulla da dirsi.
“Sai solo parlare di soldi, come gli ang moh in Orchard Road. Comprate o credete di comprare tutto. In questo sei identico a papà”.
“Piantala con questa storia. Mi dai sui nervi con quella parola. Tu ti diverti a cucinare mee goreng tutto il giorno?”, replica l’uomo elegante.
“No. Ma non sono affari tuoi. Che sei venuto a fare stasera?”.
L’uomo elegante non risponde. L’idea gli era venuta all’improvviso nel pomeriggio, quando atterrando all’aeroporto aveva sorvolato l’area dove sorgeva il kampong** dove i due ragazzi erano cresciuti. Quando raccontava ai suoi ospiti dell’infanzia a piedi nudi a mangiare durian per strada e inseguire iguane nelle tane, nessuno ci credeva veramente; quasi per associazione mentale, aveva pensato di andare alla food court, non lontana dalla sua casa di Holland Road, ad una maldestra, assurda riunione famigliare.
“Perché non torni a casa?”, continua il venditore di mee goreng. “Goditi i tuoi ristoranti, la tua villa e la tua auto. Non arrovellarti su cose che non capisci. O che non capisci più”.
L’uomo elegante rimane ancora in silenzio. D’un tratto, estrae le chiavi dell’auto dalla tasca e si alza. Senza una parola fa per oltrepassare la linea immaginaria che demarca il confine tra lui ed il fratello, quel confine oltre il quale c’è l’ambito intimo di una persona; ma all’improvviso si ritrova confuso, e si ritrae. Si volta verso la berlina tedesca, e si incammina.
Un attimo di indecisione nel sollevare il piede sull’aiuola; volta mezzo volto: “Almeno tu hai potuto scegliere”. Il bip-beep della chiusura automatica fa da contrappunto idiota alla frase.
Questa volta è venditore di mee goreng, a rimanere in silenzio.

* “Ang moh” è l’epiteto vagamente offensivo con cui nel Sud Est asiatico in epoca coloniale si indicava in particolare americani e britannici. Per estensione significa “uomo occidentale”; permane il senso vagamente dispregiativo.
** Il kampong è il tipico villaggio malese.

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 Oggetto del messaggio: 2. IKEA
MessaggioInviato: lun giu 07, 2010 1:43 pm 
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2. IKEA

Io vorrei tanto sapere, adesso, che cosa cavolo sta guardando! Sono almeno due minuti che fissa con attenzione un tavolo bruttissimo con sedie impagliate che lei, lo so, ha sempre odiato, eppure sta ferma lì a fissare dio sa cosa. Oltre tutto non ci serve nessun tavolo…. Inutile chiederle, so già cosa direbbe: “Ma, stavo solo guardando, così, tanto per vedere…..”
Le donne, e mia moglie in particolare, resteranno per sempre un mistero imperscrutabile.
Siamo ormai verso la fine del giro mensile all’IKEA nel reparto più pericoloso:
“oggettistica” perché una cosa è certa, raramente compriamo mobili, ma non si può tornare a casa senza tovaglioli colorati o candele profumate o altri ammennicoli svedesi “tanto divertenti!” e quindi un’altra mezz’oretta non me la toglie nessuno.
Approfitto della sua distrazione per dirle “vado fuori a fumarmi una sigaretta, poi ti aspetto alla macchina”.
OK fa lei dimenticando che sono almeno otto anni che ho smesso di fumare, ma avrei potuto dirle qualsiasi cosa che avrebbe in ogni caso risposto allo stesso modo, tanto è presa dal fantastico denocciolatore per olive color pervinca; (a proposito, ma che razza di colore è il pervinca? Rosso, verde o blu?).
Sono fuori, il piazzale è deserto. Per forza, chi ci va all’IKEA in un venerdì di luglio alle 19?
Gironzolo cercando un alito di vento e all’improvviso mi rendo conto che, pur essendo nel centro del parcheggio scoperto, sono improvvisamente all’ombra. Alzo gli occhi e resto senza fiato: un enorme oggetto informe si libra dieci metri sopra la mia testa. Informe? No, in realtà la sua forma ha qualcosa di familiare, mi ricorda…….. ma certo EKTORP! Forse il divano più venduto al mondo! E noi abbiamo fatto la nostra parte avendone comprati ben due. In un primo momento penso ad una mongolfiera pubblicitaria, ma mi ricredo quando vengo illuminato da un raggio (naturalmente verde) che esce dal bracciolo sinistro. Mi sento improvvisamente senza peso e comincio lentamente a fluttuare e poi a salire verso il mostruoso divanone che, ormai mi è chiaro, è in realtà un’astronave.
Sono all’interno, tutte le pareti sono lisce e senza fessure e una luce (naturalmente azzurrina) soffonde l’ambiente altrimenti completamente spoglio. Non sono sicuro di sentirmi tanto bene, tanto più che, dal nulla, si materializza davanti a me un essere indefinibile: è una figura continuamente in trasformazione, sia come forma che come colore è impalpabile e semitrasparente, insomma una specie di ectoplasma. E PARLA! All’inizio non è chiaro quello che dice, forse sta tarando il traduttore, ma poi le sue parole cominciano ad assumere un senso e allora: “tu me dici ora uscito di fabbricone mobili? Tu espertone mobilio si? Noi bisogna di trovare espertone da portare su RAMA per spiega come fai mobili senza soldi, espertone portiamo su RAMA trenta tuoi giorni per spiega.”
Allora capisco tutto: cercano un esperto di IKEA! E diabolico scatta il piano.
“No, io non espertone, mia moglie espertone se mi lasciate andare vi porto lei che sarà felice di spiegarvi tutto di prodotti fabbricone.
Detto fatto, Ale nel frattempo è arrivata alla macchina, così lo scambio è subito fatto. Ho avuto il tempo di tranquillizzarla velocemente spiegandole che si tratta di brava gente che ha solo bisogno di informazioni, che ha la grande occasione di contribuire alla comprensione e all’amicizia tra etnie diverse e che tornerà presto a casa.
Guidando verso casa mi sento un po’ vigliacco, ma penso che in fondo ho fatto la cosa giusta; lei tornerà e probabilmente diventerà famosa, e io mi godrò un mesetto di calcio mondiale in tv, ovviamente in canottiera con patatine, birra e rutto libero come diceva il poeta.
Grazie IKEA!

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 Oggetto del messaggio: 3. Stretta in una morsa
MessaggioInviato: lun giu 07, 2010 1:48 pm 
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3. Stretta in una morsa

...Mamà...?
Oui, Suzanne...

Mi chiedevo quando ci avresti raggiunti...
...hai ragione, scusa. Cinque minuti e sono da voi.
Osservo mia figlia uscire dalla stanza, con i suoi lunghi capelli dorati che le arrivano alle spalle, in procinto di andare alla Sorbona, e mi passano davanti agli occhi le immagini di un'altra giovane donna...

Avevo solo 21 anni quando mi venne offerta la possibilità di uno stage di cinque mesi in un posto lontano e misterioso, una piccola città meravigliosa, incuneata sulla punta di una penisola che termina sull'equatore... una città che mi ha affascinata subito per il suo essere così occidentale, piena di negozi e centri commerciali, dove c'era la
possibilità di acquistare qualunque cosa... ma nella quale ho rischiato di perdere me stessa e tutto ciò che l'Occidente mi aveva insegnato nei miei soli vent'anni di vita.
Alto, moro, scuro di carnagione e così diverso da me: Yang mi è entrato nel cuore fin dal primo istante. Ed io, ancora bambina, mi sono lasciata trasportare e rapire da quello sguardo profondo e lontano, che ancora porta il ricordo di una vita iniziata in un kampong, piccolo villaggio nel cuore della Malesia, dove i bambini corrono a piedi nudi nel fango e la civiltà sembra ancora un ignoto mistero.
Lavorare insieme non era facile, nascondere l'emozione anche di un solo sguardo ancora meno, celare i battiti improvvisi praticamente impossibile. Non è stato facile stare insieme, lui, così spesso sfuggente e misterioso, ancora perso negli undici anni di relazione con Hui Ching, ed io che cercavo chiarezza e certezze e non capivo quanto il parlare in un inglese che non era né mio né suo potesse davvero influire sul nostro arrivare a comprendere i misteri di due mondi così lontani.
Com'era difficile per me, così libera e parigina, capire i segreti di una famiglia così legata alle tradizioni: nonostante i suoi passati trentacinque anni a Yang non era permesso lasciare la casa di famiglia, ed io mi ritrovavo spettatrice di interminabili pranzi di cui solo a brandelli Yang mi traduceva la conversazione, ma a cui non era permesso non partecipare, mentre la maid cucinava e rassettava e la famiglia intera comunicava in una lingua a me completamente sconosciuta.
Inutile dire che a Parigi non sono tornata e a nulla sono servite le minacce dall'Europa.
Passavo ore in laboratorio seguite da interminabili lezioni di matematica in francese o di lingua a grassottelli bambini cinesi per nulla interessati: l'Occidente era lontano e indefinito, e loro volevano solo perdersi nella playstation o nei loro videogiochi. Ma nella rigida società cinese eccellere è d'obbligo, e ogni genitore spingeva i figli in ore ed ore di lezioni supplementari con il solo scopo di farli diventare dei vincenti nella vita.
I mesi si susseguivano uguali in questo luogo senza tempo, dove una perenne estate si sovrappone alla successiva, in un ciclo interminabile di giornate tutte uguali. Ed io cominciai a sentirne il peso. Le abitudini parigine erano ormai lontane, le visite alla pâtisserie in Scotts Road sempre più rade, mentre sempre più frequenti i lunghi ed insopportabili fine settimana passati da sola ad aspettare – Yang passava quasi tutti i fine settimana in Malesia, dove usciva a pesca il sabato mattina all'alba per rientrare da me solo la sera della domenica. Iniziai il corso di malese, per ritrovarmi dopo quattro mesi a non saper fare un minimo di decente conversazione, e le domeniche in famiglia e le feste religiose trascorse tutti obbligatoriamente allo stesso tavolo iniziarono a farsi troppo e troppo pesanti.
Proposi a Yang di trasferirci in Australia, o magari di venire con me a Parigi, certa che la città da cui venivo lo avrebbe accolto a braccia aperte... ma ero una ragazza innamorata ed illusa, convinta che la diversità fosse un valore e che la società da cui provenivo condividesse questa mia convinzione. Dopo mesi di discussioni interminabili lessi nei suoi occhi che non avrebbe mai lasciato la sua famiglia, e, nell'urlargli che io per lui avevo lasciato l'università e mi ero calata in panni che non erano poi così miei, scappai piangendo e tre ore dopo avevo in mano un biglietto di sola andata per Charles
de Gaulle.
Passai le ultime due settimane evitandolo in ogni modo. Feci in fretta le valigie per lasciare casa sua e tutti i ricordi che ancora ad essa mi legavano, e con la morte nel cuore chiesi ospitalità alle prime persone che avevo conosciuto appena arrivata. Mi trovarono seduta davanti alla porta, con il trucco colato sotto ore di lacrime, e senza
dire una parola mi fecero entrare.

Ricostruire questa parte di vita non è stato facile, salire su quell'aereo ancora di meno.
Ma non potevo restare, mi sarei persa in una vita prevista in una cittadina in Malesia dove nessuno parlava l'inglese e che sentivo così ostile e tremendamente lontana da me e da ciò che io, nell'anima parigina, ero in grado di capire. Ma non posso negare che questi lunghissimi sedici mesi siano ancora con me, come scritti sulla mia pelle.
Il rientro a Parigi fu ben più traumatico dell'allontanamento, la ripresa delle consuete attività logorante, tutto mi scorreva addosso mentre io assomigliavo ormai solo all'ombra di me stessa. Yang e quel mondo lontano rimasero a lungo nel mio cuore, e forse ci sono ancora, mentre io proseguo la recita di madre felice nei salotti di donne che vogliono risolvere i problemi del terzo mondo senza mai essersi allontanate troppo dal cuore di questa città.
Ma non posso evitare di svegliarmi la notte e chiedermi cosa di me sarebbe successo, come sarebbe trascorsa la mia vita, come avrei cresciuto le mie figlie, se quel giorno non fossi salita su quell'aereo. Se avessi avuto il coraggio di rischiare, di dire no a tutte quelle convinzioni, o chissà, forse di dire sì e trovarmi in mezzo a sconosciuti che parlavano una lingua sconosciuta che per me forse alla lunga sarebbe diventata una seconda pelle... e non posso non chiedermi cosa sia del mio pescatore solitario, se ancora guardi le coste della sua Malesia portandosi dentro il ricordo di me...
Sono scappata e ho scelto qualcosa che conoscevo. Ho scelto perché ho avuto paura. Ma non posso negare di aver trascorso ventisette anni svegliandomi ogni mattina con la remota speranza di vedere quei lunghi capelli neri posati sul cuscino.

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 Oggetto del messaggio: 4. Via Padova, Milano 2010
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4. Via Padova, Milano 2010

Non lo derubo perché mi stia antipatico, non è questo. In generale non ho particolare simpatia per gli italiani che abitano qui; mi basta come mi guardano. E la loro religione così ipocrita, e la loro supponenza; e il fatto che sembrano guadagnare senza avere bisogno di meritare.
Ma il Gino no, lui non è così. Prima di tutto lavora sodo, ma non è ricco; io la verdura la prendo sempre da lui, fa prezzi onesti. E poi non gli importa il colore della mia pelle, che io sia arabo non fa per lui differenza. Mi rompe un po’ di incontrare qui sempre anche i musi gialli e i cinghios, ma suppongo di non avere scelta, visto che a lui stanno bene tutti.
Forse è proprio per questo che ogni tanto gli rubo un frutto: il giorno che se ne accorgerà avrò la prova definitiva, se è la brava persona che sembra o se la sua è solo una facciata per vendere due arance in più.

Eccolo, Ahmed, in fila dal verdulero, con la sua tuta Nike rossa. Tutte le volte che lo vedo mi balza il cuore in gola; non dovrei, sono fidanzata. E’ che lui è così chiaramente diverso da José; non beve mai in strada, anzi non credo beva mai e basta. Sarà anche una cosa religiosa, ma sono certa che, fossi la sua donna, non si mi tratterebbe come fa Josè quando ha bevuto, né mi lascerebbe da sola così spesso.
Non è cattivo, il mio José. Ma ha una mentalità che mi sembra quella dei miei; io sono diversa. L’ho capito qui, a scuola, con quelli della mia età; un giorno, semplicemente tornando a casa, ho capito che non ero più come loro, come le mie sorelle e i miei fratelli.
Non l’ho mai detto a nessuno, me lo tengo per me, ma il futuro che io sogno non è un matrimonio sudamericano. Non so neppure se sogno Ahmed, a dir la verità; ma mi piace quello che provo ogni volta che lo vedo, come mi fa sentire quando mi rivolge la parola con quel suo strano accento.
Ma che è, questa frenata?

A momenti mi mette sotto, quel cazzone sulla Toyota; ed ero pure sulle strisce. Come guidano, gli italiani! Ma è ovvio, il guidatore stava guardando Maria Asunciòn, quella va in giro mezza nuda, come le sudamericane. Che donne, però; le nostre non hanno quella sfrontatezza, né quei corpi così tondi: non che non mi piacciano le coreane, intendiamoci, sono sempre le donne più seducenti e raffinate del mondo ed è una coreana che sposerò. Però, fino al giorno in cui troverò la donna con cui costruire una famiglia ed avere figli, beh, non mi dispiacerebbe… bah, ma cosa vado a pensare, proprio oggi?
Certo, sarebbe stato ben ironico morire ora, in un giorno così importante. Deve pensarlo anche lo zio Huang, è pallido mentre mi rincuora per lo scampato pericolo. Gli dico di non preoccuparsi, che non è stato niente di più che un automobilista stupido. So cosa sta pensando il cugino Shien, crede che sia di cattivo auspicio. Cosa ci faccia poi qui lui, devo ancora capirlo: anzi, l’ho capito benissimo. Lui garantisce per i soldi, che lo zio dice siano suoi risparmi, ma io non gli credo; allo zio gli affari non sono mai andati bene come dice a tutti che vadano. E non sono neppure del cugino, questo è certo: lui, più che amicizie discutibili, e brutti vestiti, non ha. Ed è da lì, di sicuro, che vengono tutti quei contanti: lui garantisce per lo zio, e quindi per me. Io non glielo avrei mai chiesto, quindi faccio finta di non saperlo.
Guardalo lì il cugino, scuro in volto. Si chiederà se non sia il caso di rimandare, per via del cattivo auspicio, anche se non lo dice perché è una cosa che solo lo zio può decidere.
Ma le superstizioni non fanno per me, io sono nato qui. Ed oggi inizia il mio destino.
Attraverso la strada, mi seguiranno.

Eccoli là, stanno attraversando, si sono decisi alla fine.
Dunque, oggi è l’ultimo giorno da padrone in questo negozio. Via Padova è stata buona con me, in fondo. Ci ho vissuto una vita, è ora di cambiare aria.
I pugliesi prima, i siciliani e i napoletani poi. I veneti. Poi qualche cinès, poi gli altri da tutto il mondo. Qualcuno dice che non si riconosce più: io ricordo che lo dicevano già quarant’anni fa, quando ho aperto il negozio: che c’è da riconoscere in un porto di mare, se non il viavai delle navi?
Non è questo, in effetti: è che ho dato quanto potevo dare e mi accorgo che quello che succede qui non mi appartiene più, non so se ho la possibilità e la voglia di capirlo; e quando è così, devi fare spazio a chi questa voglia ce l’ha.
Ce l’avrà il giovane coreano che fra un attimo mi metterà in mano una serie di Euro di dimensioni e colore a cui non sono abituato? Avrà voglia e pazienza di guardare tutti come cittadini del mondo, oltre che come acquirenti di zucchine? Non lo so, ovviamente, non posso saperlo, ma non è più affar mio. Come non è affar mio da dove vengano quei soldi, né più né meno di quelli che ho visto passare per anni.
Fra qualche minuto gli stringerò la mano, e quando la ritrarrò lui avrà in mano le chiavi della clér, e un pezzo di futuro che non è più mio; alla mia età, mi bastano e mi avanzano i volti, le parlate, gli odori che sono passati di qui.
Mi chiedo solo se è il caso di dirglielo, al coreano, che Ahmed rubacchia, se crede che non lo veda. Questo sì, questo posso farlo: il mio ultimo “grazie” a via Padova.

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