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Qual è il tuo racconto preferito?
Sondaggio concluso il mer mag 30, 2007 11:47 am
1 - TheEnd180407 11%  11%  [ 4 ]
2 - Niente di nuovo sotto il sole 16%  16%  [ 6 ]
3 - Niente di nuovo sotto il sole 3%  3%  [ 1 ]
4 - Quando i bambini fanno... 3%  3%  [ 1 ]
5 - niente di nuovo sul fronte occidentale 30%  30%  [ 11 ]
6 - Fuori, il sole 19%  19%  [ 7 ]
7 - E Il sole Venne 5%  5%  [ 2 ]
8 - Respiro profondamente 8%  8%  [ 3 ]
9 - TG! NIENTE DI NUOVO... 0%  0%  [ 0 ]
10- Asterischi 5%  5%  [ 2 ]
Voti totali : 37
Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: RACCONTI BOOKCORSARI 4 - VOTATE!
MessaggioInviato: ven mag 25, 2007 11:47 am 
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Olandese Volante
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Quarta edizione del premio letterario... a voi la lettura e il voto per assegnare il premio del pubblico!

Per favore non scrivete i vostri commenti qui :wink:

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MessaggioInviato: ven mag 25, 2007 11:48 am 
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Olandese Volante
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IL SOLITO STUPITO

Una volta non ci credevo. Non credevo che si potesse stare così male. Non credevo a quelli che dicevano che era come morire. Ma invece è proprio così! È schifosamente ed ironicamente così. E ogni volta mi sorprende.
È qualcosa che nasce come un’idea bislacca, una di quelle a cui non si crede neanche se sono sensibilmente vere. Ma è un’idea che come un dubbio, come un virus, si fa strada dentro. Piano, pianissimo, quasi a voler aumentare la successiva agonia che si sa di dover assaporare. Una linfa amara che risale i capillari e si diffonde, ti sovrasta, ti avvelena. Alla fine ti ritrovi intriso di questa emozione e poco alla volta il male si acuisce, punge sempre di più, come un piccolo taglio che un dito maligno ha fatto diventare piaga e poi infettare, continuando a rimestarci dentro. E allora il cuore, il cuore che fino a quel momento ha scandito con forza le ore d’amore, sembra diventare il martello del boia inquisitore, un martello che ti sconquassa il petto fino ad intorpidire i sensi, picchiando su un masso che ad ogni colpo aumenta di peso, finchè il martello sembra essere passato dall’altra parte e, dal di dentro, cercare di farsi strada. E allora subentra la fatica. Il peso ti sfianca, il respiro si fa veloce ed affannoso, lo stomaco si contorce, la testa si comprime sotto una pressione inaudita. E tu? Vorresti esplodere. Vorresti fare esplodere la tua forza, liberarti da questo male lento, cacciare fuori in un mare di lacrime questo veleno. Il tuo corpo allora si ribella e il cuore ricomincia a farsi sentire: vuole farsi strada, vuole saltarti fuori dal petto e salta come un gatto a cui qualche bambino crudele a dato fuoco. E tu vorresti solo ammazzarlo, strappandolo via dal tuo corpo e spegnere così le fiamme. Ma il tuo corpo non ci sta. Se devi soffrire fallo fino in fondo! E allora è il cervello a farla da padrone e non sono mai troppe la immagini felici di te e lei insieme, dei momenti di amore e sensualitàgioiatristezzadolcezzabellezzagiocoegliamoriegliodorieicolorietuttoetuttoetutto e…
e niente! Forse è proprio questo il dolore ultimo, il colpo sotto cui il corpo collassa, cede, abbandonando le scariche di adrenalina per i conati di vomito, i brividi e i sudori freddi.
Il niente.
Solo la certezza assoluta. Assoluta come la mancanza di futuro insieme. E allora non importa il passato, non importa il tradimento, non esiste il perdono, non esiste la colpa. Non esiste più lei! È questo il vero dolore. È questa la follia. È questa tortura a cui non c’è né rimedio né fine. Lei non c’è più. E non serve cercarla su lavoro o scriverle o chiamarla e neanche odiarla o rimpiazzarla o pregarla o piangerla con le lacrime che non sgorgano più.
Lei non ci sarà più e, forse, tu non lo capirai mai

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MessaggioInviato: ven mag 25, 2007 11:49 am 
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Olandese Volante
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NIENTE DI NUOVO SOTTO AL SOLE

[…]Ancora nessuna notizia del giovane Daniel scomparso di casa quindici giorni fa. Il ranger Denzel sta indagando, apparentemente non ci siano piste da seguire, forse il ragazzo è fuggito per una scappatella, anche se ci sono forti dubbi. Daniel indossava una maglia nera dei Pistons ed un cappellino NY il giorno in cui è scomparso. Chiunque possa fornire informazioni può chiamare l’ufficio del ranger. Ora passiamo alle notizie sul tempo[…]

“E va bene, anche oggi niente di nuovo sotto il sole.” Disse Bo asciugandosi la fronte sudata. Grog scodinzolò, gli anni erano passati anche per il vecchio cocker dal pelo rosso e polveroso. Anni sempre uguali, come quel mezzogiorno, fotocopia di altri giorni identici e vuoti.

Un’auto rossa si fermò davanti al vecchio Bo, dal lato del passeggero scese un tipo magro vestito di un pantalone nero di pelle e una maglietta bianca con un disegno astratto.

“E’ una Skyline del ’68 quella?” l’avrebbe riconosciuta anche se gli avessero fatto vedere solo uno pneumatico. Il magro squadrò Bo con un’occhiata veloce, poi annuì un paio di volte prima di parlare e quando lo fece, a Bo parve di ascoltare un serpente.

“Sì, nonno. Intenditore d’auto?”

Bo guardò verso l’auto per vedere il conducente, ma non ci riuscì, alzò lo sguardo sul serpente e, per la prima volta in vita sua, si sentì fuori posto.

“Preparavo auto da corsa un tempo. Una bella macchina.”
“Già… bella” lo guardò annuendo.
“Allora, che ci fate in questa cittadina dimenticata da Dio?” “Abbiamo un piccolo problema, amico, possiamo telefonare da qui?”
Il serpente lo guardò fisso e Bo sentì un brivido attraversargli veloce la schiena, Grog ringhiò cupo.
“Cos’ha il cane? Non gli piaccio?”
“Non vi conosce… Potete telefonare da qui”
Il serpente annuì lentamente, si guardò in giro e tornò a posare gli occhi gelidi sul vecchio.
“Sei solo, vecchio?”
Bo sentì il cuore perdere un colpo, erano le 12:05, aveva appuntamento con il figlio, ma non prima delle 12:30.
“Allora? Sei sordo?”
“Uh? Sì… tra dieci minuti viene mio figlio, devo dargli un’occhiata al furgone, è un ranger” mentire sul tempo gli sembrò una buona idea.
“Quindi ora sei solo, a parte il cane?” sogghignò.
“Io non cerco grane, se devi telefonare, il telefono è dentro”
Alzandosi, Bo fece forza sui braccioli della sedia. Il serpente sorrise, poi si raggelò e tirò fuori una pistola puntandola sul vecchio Bo che ricadde sulla sedia.
“Dove ce li hai i soldi?! Facciamo in fretta, altrimenti tuo figlio il furgone se lo dovrà riparare altrove!”
“Aspetta! Stai calmo…”
Grog iniziò a ringhiare più forte.
“Buono Grog, stai buono!”
“Fallo stare buono se non vuoi che gli pianti una pallottola in testa. Ora andiamo dentro!” Con la pistola gli fece segno di alzarsi.
Il cane guardò Bo alzarsi, ansioso di ricevere un comando.
“Dov’e la grana vecchio?!”
Il vecchio Bo passò velocemente a rassegna la sua casa, nel quarto cassetto della cucina aveva la rivoltella carica, forse poteva provarci.
“Allora vecchio? Muovi quel culo flaccido!”
Bo rimase impallato nei pensieri ancora per un istante, la cosa non piacque al serpente, che lo afferrò per il collo spingendolo di lato. Bo tentò maldestramente di non perdere l’equilibrio, ma cadde violentemente sul piccolo tavolino del telefono che rotolò vicino al frigo. Una fitta al fianco gli fece mancare il fiato.
Grog entrò in casa tentando malamente di avventarsi contro il serpente che gli sferrò un calcio ben assestato sotto al costato. L’animale guaì orrendamente rotolando dietro al divano.
Bo cercò qualcosa da afferrare per difendersi, ma non ebbe il tempo, il serpente lo colpì con il calcio della pistola, il sangue gli invase la bocca con il suo sapore metallico.
“Sei contento ora?” Il serpente era così vicina che Bo ne avvertì la puzza del fiato, poi si ricordò del coltello che aveva nella tasca dei jeans.
Bo si rialzò ma gli girava la testa, quello era il giorno in cui sarebbe morto, pensò.
“Cristo! Muoviti! Vuoi che inizi a distruggerti la casa? Non me ne frega un cazzo che sei un vecchio, ti uccido!”
“Sono nella cucina, in un cassetto…”
“Ti tengo d’occhio, fai un movimento strano e te la buco quella testa del cazzo!”
Il vecchio Bo si avvicinò ai cassetti, nell’ultimo aveva una piccola cassetta con i soldi, ma lui ne aveva in mente un altro. Lo toccò tremante, il serpente lo guardava fisso.
“Muoviti vecchio!”
Bo si accovacciò scomparendo dietro al bancone con il cuore a mille.
“Non fare il furbo vecchio!” il serpente strisciò veloce di lato mentre il quarto cassetto si chiudeva ed il terzo veniva aperto. Bo si rialzò a fatica poggiando la cassetta sul bancone.
“Qui ci sono duemila dollari”
Il serpente girò la cassetta verso di sé, provò ad aprirla.
“Apri questa cazzo di cassetta!”
“Serve la chiave, ce l’ho in tasca” Bo infilò la mano e sentì il freddo della pistola, in quell’istante venne fuori Grog barcollante, ma ancora in grado di ringhiare. Il serpente si voltò ed il vecchio Bo tirò fuori la pistola e fece fuoco.
Però non si accorse di avere la sicura, il serpente, sorpreso, si girò velocemente ed in un istante si lanciò su Bo, con il calcio della sua arma lo colpì sulla fronte, al vecchio gli si appannò la vista, cadde e la pistola gli sfuggì di mano.
Il serpente gli puntò la pistola alla tempia, Bo ne sentiva il freddo della canna.
“Hai fatto la cazzata del secolo. Ora sai cosa facciamo vecchio? Ti uccido, ma prima ci sediamo su quella bella poltrona, ed aspettiamo tuo figlio, così uccido anche lui. Che ne dici? Cristo! Se non ci fosse stata la sicura mi avresti ucciso!”
Il serpente trascinò Bo sulla poltrona di fronte al divano, poi si sedette tenendogli la pistola puntata.
“Hai una birra ghiacciata, vecchio?”
Bo sputò un grumo di sangue: “Sì, sono nel frigo, ma non so se ti convenga andarci…”
“E perché? Cos’hai nel frigo? Cos’è puzza?”
Il serpente andò verso il frigo con la pistola sempre puntata verso il vecchio Bo.
Lo aprì, mise a fuoco ed urlò: “Cristo Santo!” indietreggiò come se avesse visto il demonio, inciampando nel telefono caduto.
Il vecchio Bo non si fece cogliere impreparato e si lanciò sul serpente colpendolo più volte col coltello che aveva nella tasca dei jeans. Il tizio rantolò qualcosa, ma le parole gli uscirono impastate col sangue e morì. In quel momento entrò il ranger, aveva la camicia sporca di sangue.
“Stai bene papà?”
“Sì figliolo, ma me la sono vista brutta. Il tizio nella macchina fuori? Lo hai visto?”
“Ha cercato di fermarmi, ma l’ho sistemato. Che ne facciamo?”
“Mettilo insieme a questo figlio di puttana, in dispensa.”
Il vecchio Bo si avvicinò al frigo aperto dove in un piatto c’era la testa di un ragazzo con il berretto NY messo un po’ di lato.
Il vecchio Bo sorrise e richiuse.

Il giorno dopo:[…]Ancora non si è venuto a capo del mistero del ragazzo scomparso, nessun indizio, niente di nuovo[…]

“Già, niente di nuovo sotto al sole, vero Grog?” il vecchio Bo lo accarezzò e poi si mise più comodo nella sua grossa sedia di vimini.

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Olandese Volante
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Niente di nuovo sotto il sole

L’impugnatura era ancora calda quando raccolse il coltello e, girando su se stesso con un unico movimento del braccio, lo lanciò verso l’uomo che lo stava prendendo di mira dalla finestra del primo piano. Mentre rotolava sul marciapiede per evitare i proiettili che piovevano come vespe incazzate intorno a lui, vide l’uomo stramazzare oltre il parapetto schiantandosi sulle scale dell’ingresso. Continuò a rotolare pensando: altri quattro ed è fatta.
Generalmente nella sua professione non si superavano i dieci mesi di lavoro, dopo di che, quei pochi fortunati che ce la facevano, passavano alle attività in caverna per altri due anni per arrivare a maturare il diritto alla quarta fase.
Certo sentiva ancora una gran nostalgia per la fase uno: l’istruzione, e soprattutto per la due, la riproduzione, ma quello non era esattamente il momento ideale per i ricordi. Con la coda dell’occhio si accorse di un movimento quasi impercettibile oltre la fila di auto del parcheggio esterno e capì che uno dei selvatici doveva essere uscito dall’edificio e cercava di prenderlo alle spalle. Raggiunse finalmente la sfera del guardiano e saltò dentro con un perfetto “fosbury” come gli avevano insegnato gli istruttori. Nessuno aveva saputo spiegargli perché si chiamasse così, ma Tappo, uno dei più anziani sosteneva che fosse il nome di un “atleta” vissuto su Madre molti secoli prima. Essendo Tappo un po’ andato, ovviamente nessuno gli dava retta.
Fece rapidamente il punto della situazione: oltre al suo pugnale personale, gli restavano sette proiettili e una capsula esplosiva, ma doveva tener conto che gli dovevano bastare per altri due giorni di lavoro.
Dalle finestre avevano smesso di sparare, così corse fuori fino a raggiungere l’ingresso ed entrare nell’edificio non prima di aver recuperato nuovamente il pugnale.
Sicuramente i tre selvatici si trovavano al piano superiore, ma le due rampe di salita erano certamente controllate, quindi doveva attirarli di sotto.
Piazzò la capsula esplosiva in fondo alle scale, accese il diffusore e alzò il volume al massimo. Era incredibile il fascino irresistibile che aveva la musica sui selvatici del tipo 2; malgrado avessero capito ormai da un pezzo che veniva usata per attirarli, non sapevano resistere. Nascosto sotto ad un grosso tavolo di un materiale scuro e profumato di rosmarino, li vide scendere le scale come ipnotizzati. Si muovevano lentamente, ma avanzando inesorabilmente verso la trappola sull’ultimo gradino. Quello che gli educatori chiamavano Lennon o Beatle stava cantando “imagine all the people” quando premette il bottone del detonatore. I tre selvatici vennero praticamente disintegrati.
Salì velocemente al piano alto e si affacciò cautamente: l’ultimo selvatico era fermo dietro un vecchio carro evidentemente spaventato dall’esplosione e indeciso sul da farsi. Era un anziano del tipo uno: i più esperti e micidiali.
Aveva accettato quel lavoro perché era quello che consentiva maggiore libertà di azione e soprattutto era quello che permetteva il passaggio alla fase quattro nel tempo più breve. Certo era anche il più pericoloso, ma lui non poteva immaginarsi chiuso in caverna a premere pulsanti su tastiere di analizzatori di probabilità per 12 lunghi anni, quanti ne servivano agli “standard” per raggiungere la fase quattro. La sua “tenera” lo aveva scelto anche per quello, era molto carina e molto richiesta, ma aveva scelto lui oltre che per il fisico notevole, soprattutto per la prospettiva di un passaggio veloce alla quattro con lui.
Ogni tanto ripensava al maschio e alla femmina che aveva generato pochi anni prima e che non avrebbe mai più rivisto. Questo era uno degli aspetti dell’Organizzazione che non sopportava, avrebbe voluto organizzarsi il futuro anche con loro, ma era assolutamente impossibile: i regolamenti lo vietavano tassativamente, tutti i nuovi generati dovevano essere affidati all’Organizzazione per l’allevamento e l’istruzione.
Il cappio di plastica verde, lo agganciò alla mano sinistra e uno strappo violento gli fece scavalcare il davanzale e lo fece precipitare sul marciapiede mentre il selvatico lanciava urla di trionfo. Cazzo, sorpreso come un pivello alle prime armi! Cercava invano di rimettersi in piedi mentre il selvatico lo trascinava verso una breccia nel muro di quel che restava di un supermarket. Il braccio sembrava doversi staccare dal corpo, il selvatico era tozzo e molto forte e lo strattonava con rabbia. Con un disperato colpo di reni riuscì ad aggrapparsi con la mano libera ad un lampione, strattonò a sua volta il selvatico verso di sé e mentre questi perdeva l’equilibrio, crollandogli addosso, lasciò il lampione, afferrò il pugnale e glielo piantò con tutta la forza nel torace facendolo stramazzare giusto un metro prima della sua tana.
Fatto! La sua giornata di lavoro era finita e il suo target era raggiunto anche per oggi.
Con fatica si rimise in piedi, si sistemò alla meglio gli abiti e si incamminò verso la Sede.
Le operazioni di registrazione e autenticazione degli indici dei selvatici portarono via lunghi minuti. Il capo, come al solito era di pessimo umore la sua “tenera” ultimamente non lo coccolava abbastanza e lui sfogava sui suoi cacciatori la sua frustrazione.
Il percorso verso casa fu veloce, si sentiva a pezzi, metà delle ossa gli facevano male, il polso sinistro pulsava come il cuore di un elefante cardiopatico, ma era passata un’altra giornata; tra due giorni sarebbe entrato in caverna per due anni e finalmente la fase quattro e la nuova vita.
La sua “tenera” lo attendeva sulle scale e gli chiese: com’è andata oggi? Ci pensò un attimo, alzò le spalle e disse: boh, niente di nuovo sotto il sole.

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Quando i bambini fanno…

Monterullo è il paese dove sono nato e cresciuto; è anche il paese dove lavoro, e dove sto per morire.
Raggiungerlo per certi versi è difficile, almeno per chi non lo conosce.
Eppure si trova appena a due passi dall’Autostrada del Sole, quando sei vicino a Orte puoi vederlo benissimo: un paesotto avvinghiato intorno a una collina con vista sul serpente d’asfalto.
Basta uscire dall’autostrada e saranno al massimo cinque chilometri, solo che quando sei vicino all’uscita, non c’è neanche un cartello, dico uno, che riporta il nome del mio paese; ci sono tutti gli altri, ma di Monterullo non c’è traccia.
Stesso discorso sulla statale e sulla provinciale, trovi una marea di verde e azzurro con la scritta Chiusi, Bomarzo, Viterbo, Firenze… ma niente Monterullo, nossignori.
Eppure stiamo parlando di un centro di ventimila anime, mica bruscolini! Senza considerare le anime di quelli che se ne stanno sotto terra.
Comunque, chi vuole venire da noi, la strada la trova, basta sapere dove si sta andando, dove si vuole arrivare.
E infatti, quelli che ci vengono non hanno bisogno di cartelli e mappe; ci vengono e basta, almeno ci venivano, in tanti.
Ne è passata tanta di gente da queste parti, non certo per fare le vacanze, e poi chi abita qui non sa che farsene dei turisti; non che a Monterullo si straveda per quegli altri, chiaro, ma bisogna pur campare.
Così questi vengono e il paese li accoglie, perché portano soldi e lavoro; perciò noi li accogliamo a braccia aperte.
Ce ne stiamo tranquilli ad aspettarli, poi arrivano e se ne vanno a stare nell’elegante costruzione di vetro cemento appena fuori dal centro. Ci sono piscine, saune, ristoranti e frotte di medici, pagati fior di quattrini per accudire quelli che possono permetterselo.
Anch’io lavoro… lavoravo per loro, come mio cugino, il primario della clinica.
Abbiamo passato anni e anni di vacche grasse, lui a intervenire… e io pure.
La merce arrivava con carichi regolari e documentati; certo, i documenti bruciavano e si sa, quando una cosa brucia sparisce molto in fretta, come certi soldi; come quelli che io e mio cugino, e gli amministratori, e il sindaco, ci mettevamo d’impegno a far volare sulle ali di piccioni viaggiatori elettronici.
Insomma, un paese tranquillo per gente tranquilla; visitatori tranquilli e ricchi, almeno una parte di loro, e noi tutti contenti.
Per il resto un posto come tanti, afflitto dai soliti problemi comuni a qualsiasi altro posto; non il lavoro, no, quello abbiamo detto che non manca, ne so qualcosa io… poco traffico, municipio efficiente, strade pulite molto pulite; sì a dirla tutta, il problema principale è la bassa natalità, o meglio il basso tasso di sopravvivenza dei neonati e dei bambini in generale.
Ma che dite? State pensando che in questo posto si fanno fuori i bambini, sangue del nostro sangue? No assolutamente no; semmai si fanno fuori quelli degli altri, di quelli che capitano qui per caso… sapete com’è, essendo un posto fuori mano eppure così vicino all’autostrada quando capita qualcuno che si è perso, che ha sbagliato strada, e magari quel qualcuno deve partorire, e magari qualche personaggio importante in una delle nostre ville eleganti ha qualche problema, allora noi gli diamo una mano… a partorire dico; e magari già che ci siamo ci occupiamo pure della partoriente e di quelli che sono arrivati con lei… e se non c’è nessuno che deve partorire, va bene lo stesso, se hanno bisogno di una mano, o se non ne hanno è uguale, se si sono persi, noi gliela diamo volentieri; siamo qui per questo, i nostri ospiti sono qui per questo. Siamo andati avanti per anni, mio cugino mi dava le buste e io le portavo nel mio campo.
Non mi preoccupavo più di tanto, lui mi pagava bene e di sicuro lui guadagnava meglio, a giudicare dalla bella macchina lucida e la faccia sempre bella abbronzata. Io prendevo le buste e le svuotavo nel mio campo; così le piante crescevano che era una meraviglia.
Tutto è filato liscio per anni, dicevo, fino a quel giorno, quando le piante hanno iniziato a muoversi.
All’inizio ho pensato al vento, ma non ce n’era mica tanto… poi ho pensato allo smog, all’autostrada così vicina al nostro paese… tutta colpa del governo, certa gente dovrebbe andare a casa, tutta quanta; sì occhèi qualcuno era nostro cliente, è vero, ma non divaghiamo.
Insomma, niente da fare, le piante continuavano a muoversi, ondeggiavano, sembravano seguirmi… allora ho deciso di farmi un po’ di ferie, una botta di vita.
Quando sono tornato in paese, non ho trovato nessuno, vivo intendo; anche la clinica era morta, nessuno vivo, pure mio cugino con la sua bella faccia abbronzata sembrava decisamente cadavere.
Ho provato a parlarci, ma niente, non c’è stato verso, così sono andato dal sindaco e dagli altri amministratori, e pure là lo stesso, scena muta… tranne il canto lontano.
Allora ho cercato di tornare verso l’autostrada, ma mi hanno costretto a fare retro marcia; così sono andato al mio posto di lavoro, in questo campo; ora gli alberi sono tutti sradicati, al loro posto ci sono centinaia di buche, piene di buste vuote.
Il rumore del traffico sull’autostrada qui vicino fa ohhhhh come quei bambini fatti a pezzi, che stanno per venirmi a trovare, per abbracciarmi, e baciarmi come hanno fatto con mio cugino e con il sindaco, con quelli ricchi e con tutti gli altri.
Eccoli che arrivano, li sentite? Stanno arrivando… ora li vedo bene.
Quello in prima fila me lo ricordo, avrà avuto sette anni; la madre lo tiene per mano, come quella volta che sono arrivati in paese.
Mio cugino ci fece una bella scorta di fegato e reni e cornee… ma come fanno a vederci, a vedermi?
Non lo so, ma ormai sono vicini, troppo vicini.
E sono pure brutti e sporchi e insanguinati, e puzzano, che schifo e fanno un coro, sempre la stessa canzone, quella canzone, questa canzone… ohhhhhhhh…

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NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE, NE’ ORIENTALE, NE’ QUALUNQUE ALTRO FRONTE.


La cosa che -più di tutte- mi fa arrabbiare, è che nei romanzi chick lit l’eroina, alla fine, trova l’amore, un lavoro meraviglioso, una casa col bovindo e pure una carta di credito prepagata, multimilionaria, sotto lo zerbino.
Quella roba, ve lo dico io, è spazzatura. Bisognerebbe mettere sulle copertine un bell’avviso, come quello sulle sigarette: DANGER! Questo libro contiene notizie false e tendenziose. Quella Gran Culo di Cenerentola è stata la prima e l’ultima. Mettetevi il cuore in pace.
Si perché, diciamolo pure: se non si può più contare neanche sulla fascia dei quarantenni, quei sexy e navigati amanti, quegli irraggiungibili manager, quegli elegantoni che ancora sanno come si apre una portiera che non sia la loro…beh, allora c’è rimasto davvero poco da sperare.
Ho analizzato i fatti decine di volte, da sola o in compagnia, ubriaca o sobria, con maschi e femmine; e il risultato non cambia: le donne vengono da Venere, gli uomini vagavano nella galassia, e data la fastidiosa abitudine loro propria di non chiedere informazioni, si sono persi. E chi s’è visto s’è visto.
L’ultimo che, nell’ordine, ho ripescato dal termitaio pandimensionale, è un quarantaseienne con tutte le carte, bontà sua, apparentemente in regola: sexy, elegante, gran baciatore, economicamente sistemato, desideroso di mettere su famiglia. In principio, memore di tragici errori del passato, ci sono andata molto cauta, almeno in sua presenza. Nel segreto della mia stanzina, centinaia di pensieri puri e impuri facevano la lotta per aggiudicarsi il premio LoveLoveLove2006.
Al primo appuntamento, mi porta a cena a mangiare pesce con amici comuni, e poi a chiacchierare sulla via dello shopping, così, tra una chiacchiera e l’altra, ci si ferma guardare Hermès; sul portone di casa, infine, mi bacia. Un bacio da non dormirci –letteralmente- la notte. Il primo bacio perfetto, di quelli da farti irrigidire le dita dei piedi.
La seconda volta a cena da soli, romantico ristorantino, poi casa sua, ma niente sesso: il sesso è solo per le persone importanti, per me, mi dice. E chi sei, il cavaliere solitario? Fantastico. Il giorno dopo è a sorpresa sotto casa mia per offrimi la colazione. E mi sembra di essere a Parigi, col mio baschetto in testa.
Al terzo appuntamento conosco sua sorella e suo cognato e il suo migliore amico e per un pelo sfuggo a sua madre. A questo punto, sono io, il premio LoveLoveLove2006. Un premio semovente con gli occhi a cuore. Mi vedo già incinta nella nostra casa al mare (a un certo punto credo davvero di essere incinta: ma questa -si sa- è un’altra storia).
Tutto va a gonfie vele: i chick lit avevano ragione! Uomo perfetto, lavoro perfetto, sulla casa c’è da lavorare, ma un bovindo, hai visto mai, può sempre saltar fuori.
Sbagliato.
I bovindi non li costruisce più nessuno. E gli uomini perfetti poi partono per un viaggio di lavoro, tornano e puzzano di olio di freni così tanto, che lo puoi sentire dal telefono.
Per farla breve, il quarantaseienne torna e, all’improvviso, ha un sacco di problemi di ordine psicologico con i rapporti; non c’è da spaventarsi, penso io: ecco il momento della Prova. Indosso il pratico basto, ormai consunto dall’uso, e tiro la carretta della nostra storia d’amore. Almeno finché lui non risolve i suoi problemi di ordine psicologico con i rapporti.
Sbagliato.
Un quasi cinquantenne che ha problemi di ordine psicologico con i rapporti, solitamente non guarisce. Anzi, se è da solo un motivo ci dovrà pur essere. Non importa che sia un amante formidabile: è, e resterà, uno con problemi di ordine psicologico con i rapporti.
Ad appena tre mesi dal nostro primo appuntamento, ci lasciamo. A dire il vero ci lasciamo anche un po’ prima, di mia iniziativa. Solo che, dopo qualche giorno, torna da me, e si riaccende il barlume della speranza: se è tornato, forse le cose possono migliorare, lui mi vuole! O forse, lui non aveva capito che lo stavo lasciando. Incredibile, ma è così. La seconda volta, a scanso di equivoci, scandisco bene le parole, ed è finita.
Seguono brevi giorni di lutto sentimentale, domande e recriminazioni, struggimenti, picchi ormonali insoddisfatti (a cui seguono imperdonabili messaggini). Poi, la pace.
Questo, fino a oggi. Stasera sono uscita col mio anzianotto (è così che lo chiamavo affettuosamente con le amiche) per bere una cosa. Si beve (io un martini doppio) si scherza si ride, gli dico che l’ho inserito nel mio palmarès, ché fa punteggio, l’amante navigato. Tutto all’improvviso si fa serio: con te ho sbagliato tutto, sei così bella, così intelligente, così vitale, e io t’ho perduta, se solo fossi stato sincero….
Un momento: mi sta dicendo che mi chiede perdono? Mi sta proponendo una seconda prova, un altro tentativo? Lui continua a parlare, io sono improvvisamente cosciente di aver saltato l’estetista, questo mese; li sento, quei piccoli ispidi soldatini dell’armata antisesso, ridono di me.
Sali da me a bere una cioccolata…
Sa-li-da-me. Mi sta invitando a bere una cioccolata, vale a dire a vedere la sua raccolta di farfalle del Borneo. Non posso. Non solo per l’armata antisesso, ma anche per la Regola Aurea: se lui torna da te implorando il tuo perdono, tu lesinerai le tue grazie, almeno per tre volte.
Mi riporta a casa, e mi bacia. Paresi dai bulbi capilliferi all’alluce, con in mezzo il vuoto spinto. Per fortuna, gli ispidi soldatini fanno il loro dovere, e –a malincuore- mi avvicino a casa. E lì, sotto gli occhi vigili dei leoni di pietra del portone, davanti a milioni di stelle, il mio cavaliere solitario mi pone la fatidica domanda: ma sei proprio sicura che non vuoi venire un momento da me? Sei certa che non possiamo avere un rapporto un po’ più…easy, noi due?
Easy? EASY?! A cinquant’anni si permettono anche l’anglofilia.
Si. Sono certa. Non possiamo. Addio.
E mentre chiudo la porta alle mie spalle, mi appare, come in un sogno, Gianni Agnelli, che non passa mai di moda, che è sempre lì, con il suo orologio sul polsino, immune al passare delle stagioni e degli uomini: L’amore è per le cameriere.
E io, modestamente, lo nacqui.

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Fuori, al sole.


Jiang She non ricordava da quanto tempo era al buio.
Sapeva con certezza che si trattava di qualche giorno, forse tre o quattro, perché non avvertiva più neppure gli stimoli della fame, e sapeva che occorreva qualche tempo, per questo.
Solo l’acqua fangosa che beveva, filtrandola attraverso la manica della tuta da minatore, lo manteneva ancora in vita.
Di aria ce n’era ancora, e da qualche tempo non doveva neppure dividerla con Lan Tzu, a cui aveva retto la mano finché era diventata fredda; il suo corpo, ancora bloccato dalla vita in giù sotto la frana, ora non aveva più bisogno di aria.
Non lo conosceva bene, sapeva solo che anche lui aveva una moglie e due figli; si chiese se la due vedove si sarebbero confortate a vicenda.

Cadeva sempre più spesso in brevi sprazzi di sonno, senza saper dire quanto durassero. Talvolta gli pareva di non riuscire a svegliarsi; altre volte lo prendevano palpitazioni che lo destavano violentemente, in quel buio, e ci voleva tempo per riuscire a calmarsi.

Non riusciva neppure a ricordare come fosse accaduto: strano. Tante volte, mentre lavorava sotto terra, aveva immaginato la volta del cunicolo ripiegarsi su di lui, aveva temuto il proprio stesso terrore nell’attimo in cui avesse sentito la terra vibrare e visto la luce spegnersi sotto la pioggia di terriccio. Di tutto questo, ora non riusciva a ricordare nulla.
L’ultima immagine che rammentava era la fila davanti alla gabbia dell’ascensore, alla luce di un’alba pallidissima. Si chiedeva se l’avrebbe mai rivisto, il sole.

Si risvegliò nel proprio letto, ma la casa era vuota. Poi vide la madre, ancora viva. Buio. Veniva estratto, un soccorritore gli parlava ma lui non ne sentiva la voce.
Buio, era ancora sottoterra. Tirò fuori dalla tasca un pugno di riso e lo portò alla bocca: sapeva di terra polverosa, sputò.
Capì di essere caduto in delirio.
Una nenia infantile lo perseguitava, non voleva uscirgli di testa.

Poi, improvvisamente, arrivò la lucidità. La nenia era cessata, il corpo costretto non gli doleva più, fu pervaso da una serenità inattesa: il suo pensiero volava libero, alla luce del sole, chiaro e fluente come mai prima di quel momento.

Con distacco e serenità, Jiang seppe di avere sprecato la propria vita. Avrebbe dovuto studiare, quando la madre gli diceva che doveva farlo, se non voleva vivere da minatore come il padre, per morire sputando a pezzi polmoni consunti, nel corridoio di un ospedale.
Avrebbe dovuto dare alla donna che aveva sposato davanti ai funzionari di partito una vita dignitosa, se non felice. Ma cosa aveva avuto Chei da lui, se non una esistenza di stenti, di lavoro massacrante e di ristrettezze; e la fatica di crescere due figli la cui infanzia era durata pochissimo, per diventare troppo presto vita di lavoro?
Aveva subito la propria vita, invece di viverla, per non avere avuto il coraggio di fare scelte.
E con l’ultima rinuncia ad agire, aveva firmato la propria condanna a morte. Lo dicevano, alcuni compagni, che le nuove gallerie erano state scavate troppo in fretta, come succedeva ogni volta che la compagnia sbagliava le previsioni sul minerale estratto. Allora si correva, si scavavano nuovi cunicoli in fretta e furia; si sapeva, quando succedeva, perché gli scavi non venivano preceduti dalle ispezioni meticolose dei tecnici: arrivavano i responsabili della produzione, dicevano qui, qui e lì, e si iniziava a scavare.
Qualcuno protestava, ma lo mettevano a tacere: il giorno dopo non era in squadra. Se gli era andata bene era finito nei livelli inferiori, dove a malapena si respirava; se gli andava male finiva licenziato, e da qual momento la sua vita sarebbe stata una frenetica ricerca di un modo per mangiare un pugno di riso. Quelli davvero fortunati se la cavavano con un’aggressione in un vicolo fra le baracche, ad opera di altri operai che la direzione avrebbe ripagato con turni più leggeri, o con un posto da caposquadra.
Così, lui, ai compagni che chiedevano di rifiutarsi di scendere, di fare cambiare idea alla compagnia, aveva risposto che non era mai successo, e che non sarebbe successo mai. La compagnia non cambiava mai idea, e lui obbediva. Ed era sceso, per morire.
Jiang vide l’insensatezza di tutto questo.

Poi il pensiero da chiaro si fece deciso, quasi euforico.
Immaginò di uscire di lì, di essere salvato; e di iniziare una nuova vita.
Avrebbe denunciato l’accaduto ai compagni, ai responsabili della compagnia, al partito del popolo. Nessuno avrebbe potuto metterlo a tacere; i compagni l’avrebbero prima temuto, mai poi compreso e sostenuto, la sua voce sarebbe diventata un coro. I giornali di città ne avrebbero parlato: prima della questione della sicurezza, poi del salario, della malattia, della dignità delle famiglie.
Infine, avrebbe lasciato quel lavoro e condotto Chei e i figli altrove. Avrebbe portato le sue idee in altro posti, ovunque ci fossero dei diseredati da riscattare. I dirigenti del partito nazionale l’avrebbero appoggiato e nessuno più avrebbe potuto fare tacere la sua semplice verità: che occorreva vivere, e per farlo era necessaria la dignità.
Non sarebbe stato facile, questo lo immaginava. Ma sentiva che nulla avrebbe potuto fermarlo, se fosse tornato alla superficie.

Neppure del salvataggio riuscì, in seguito, a conservare una memoria che non fosse sommaria e confusa. Ricordava solo l’accecante presenza della luce, un frastuono, dopo tanto silenzio, di voci e di rumore di macchinari. Qualcuno lo afferrò, poi cercarono di farlo parlare, poi dormì, stavolta davvero.

Quando si svegliò, il dirigente del partito gli raccontò dell’incidente, del crollo, del salvataggio. Fece domande su ciò che Jiang ricordava.
Lui lo ascoltò con calma, poi prese a raccontare la sua verità; gli disse delle sue riflessioni, gli parlò della sicurezza, della vita del minatore, della sua famiglia; lo stupore prima, e la contrarietà poi, del funzionario non lo fermarono, Jiang proseguì come un fiume in piena, come un uomo rinato. Quando l’uomo del partito lasciò la stanza, Jiang si sentì sprofondare nel sonno con dolcezza.

Da quel momento, successe tutto molto in fretta.
Fu svegliato dalla visita di un più alto funzionario del partito, che senza fargli domande gli fece un lungo discorso sulla disciplina, sulla fedeltà al paese e alla sua produzione.
Poi lo venne a trovare Chei, coi ragazzi; era in lacrime e lo pregava di non rovinare la famiglia, di conservare il posto di lavoro, di pensare ai loro figli.
Ricevette anche la visita del responsabile di produzione, che gli parlò di riservatezza e discrezione come valori fondanti di una buona compagnia, e fece accenno ad una promozione a capoturno.
Infine venne a trovarlo un caposquadra, che Jiang conosceva solo di vista ma che sapeva essere uno sgherro della compagnia; gli parlò direttamente della brutta fine che fanno i piantagrane; si raccomandò di portare i suoi saluti alla famiglia di Jiang.

Dopo qualche giorno, all’alba, Jiang era il primo della fila davanti all’ascensore.
Perplesso, il capoturno lo raggiunse, gli ricordò che aveva ancora diritto a due settimane di malattia, dopo l‘incidente.
“Voglio solo tornare sotto.” Disse Jiang senza guardarlo.
Gli altri minatori mormorarono qualcosa, che lui non parve sentire.
Con un rumore di ferraglia, la porta della gabbia si aprì. Jiang si voltò verso dove sarebbe sorto il sole, brevemente.
Poi entrò.

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E il sole venne.




Di lui mi colpì il cappotto. In piazza Giuseppe Gioacchino Belli, un oscuro personaggio terminava la propria corsa, attratto dagli occhi di pietra della statua del Belli, col suo inconfondibile cilindro di marmo e la testa china a beffarsi dell’eternità. Sotto il cielo di cenere, riconobbi il titolare di pompe funebri. Somigliava ad un fantasma, sembrava provenire da un altro mondo e riusciva a tirarsi dietro la tristezza della città dei morti. Tra i passi rapidi si scorgeva ancora lo scintillio delle lampade. Pensai ai sorrisi smarriti, imprigionati dietro ritratti ingialliti, protetti da fiori appassiti. Sentii il bisbiglio degli antenati, vidi i loro visi sbiaditi, aggrappati a lapidi scorticate nello stesso modo in cui un tempo erano stati alla vita. A notte fonda, l’uomo oscuro aveva percorso viali pieni di tombe, e sembrava non riuscire più a smettere di rievocare la sensazione di abbandono, rubata dalla luna. Eccolo adesso, indossava lo stesso cappotto liso, inadeguato alle prime luci del giorno. Avanzava spedito, quasi corresse. Fuggiva per un sentiero invisibile, tempestato da formicolii, percependo ancora l’ abbraccio gelido delle tenebre. Sentì il peso dei miei occhi, prima di respingerli. Riuscii a cogliere nell’assenza di partecipazione ai suoi gesti la disperazione di chi era abituato a lambire la frontiera dell’umano: Si era trovato così vicino alla fine e per così tanto tempo, da aver smarrito per sempre il valore del giorno? Mi chiesi. Tradì un movimento contratto delle dita, infilando la chiave nella toppa della vetrina. Si mostrò bisognoso di un tepore familiare, della consolazione del suo negozio macabro. Tentò di nascondersi all’avanzata della mattina, che cancellava l’oscurità per riempire la città dei vivi coi colori di cappotti sgargianti. Niente di nuovo sotto il sole, pensò, abituato alla città di notte, pensai. Riuscii ad arrivare fino ai suoi ricordi. Immaginai il fornito catalogo di bare di pino grezzo, di abete, e di come avesse iniziato a cedere alle insidie della solitudine, aspettando ormai solo il momento di sotterrare anche il suo nome. Aveva smesso di abitare nel proprio corpo, convincendosi che nei sentimenti del mondo sopravvivessero solo bagliori ingannevoli e torrenti di fuoco. Chiuse la vetrina e mi tagliò fuori dalla vista, gli era stato imposto un altro domani che non avrebbe voluto conoscere. Distolsi lo sguardo. Il sole allungava le ombre della mattina, gridava: “non c’è niente di nuovo mortali”. La fine è la fine. Forse un libro è il compagno di una notte, così lei era stato il mio angelo, si era concessa il passaggio di una vita mortale, m’era stata accanto. Naufragavo nei volti di sconosciuti, provando il bisogno di carpire i segreti delle loro anime, seppellendo i miei. M’ero seduto su quella panchina e m’aveva ingoiato la notte, non ero riuscito più a muovermi. Eppure, c’era sempre qualcosa di nuovo, anche dopo l’ultima pagina del diario di mia moglie, letto con tristezza. La tristezza è un cappotto scuro che si sfila via, le tenebre un mantello che l’alba porta lontano. Dal tuo diario una frase:

“Un uomo anziano non è che una cosa miserabile,
una giacca stracciata su un bastone, a meno che
l’anima non batta le mani e canti, e canti
più forte per ogni strappo del suo animo mortale.”
William Butler Yeats.
Niente di nuovo, ma tutti i colori del mondo. Anche oggi, che angelo mio non ci sei più, o sei di nuovo lassù. E il sole venne.

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Respiro profondamente. Lascio scorrere i pensieri, dolcemente, come con l’archetto del violoncello, ne seguo i movimenti del corpo. Tutto è danza, tutto è fresco desiderio. Mi ritrovo a camminare nello stesso corridoio di sempre, ma c’è pochissima luce. Sento il mio respiro che pesante si scontra col silenzio che mi circonda. Ecco il ticchettio delle mie scarpette rosse… mi chiedo dove siano finiti tutti. Mi chiedo perché abbiano lasciato tutto così, in disordine, pieno di polvere. Non capisco… Vedo quelle maschere di balena che avevo visto indossare alle musiciste nude, che mi avevano raccontato tutte le storie d’amore del mondo… Quasi piango, pensando di non poterle più rivedere, ciechi sono quegli occhi marini, ed io ho paura, sentendomi improvvisamente sola, scappo, per non scoprire di esserlo davvero. Appannato dalle lacrime scorgo quel pianoforte che ho amato tanto. Quello era il suo pianoforte. Ci ricordo ancora là, come lui mi disse di ricordarci… ma dove siamo, statue di sabbia che lentamente si sfaldano…note spezzate, ma che succede al mio corridoio… Improvvisamente, come superando il presente, come correndo contro la luce alla velocità della morte, ritrovo un tavolo di marmo, con delle tazzine da caffè rovesciate, il liquido scuro, si estende ancora, sporcando il bianco del marmo. Questo viaggio comincia a sembrarmi un inno al dolore… ma che sta succedendo? Cerco di pizzicarmi, come si fa durante un incubo, ma non riesco a svegliarmi, e il cuore mi fa male, e il liquido nero sul marmo, si espande, e non sento nessuna musica jazz che venga a salvarmi. Sono sola. E’ questo che dovrei capire? E’ questo che questo incubo mi vuole raccontare. Come se la mia vita, già non fosse una chiara messaggera… Mi alzo dalla sedia, col mio vestito bianco svolazzante, macchiato di sangue sulle larghe maniche. Cammino lentamente il mio corpo si è fatto pesante, e comincio a piangere, lentamente, senza mutare l’espressione del viso, neppure il dolore ha il coraggio di manifestarsi. Arrivo alla fine del lungo corridoio che molte volte mi aveva vista piena di vita e d’entusiasmo, piena di voglia di amare il mondo, piena di speranza. Ora il mio corpo si lascia trascinare dai vecchi ricordi, ritrova un brivido nell’appoggiare la mano, sulla maniglia, che ora sembra più gelida del solito. Non ho il coraggio di aprire quella porta. Mi blocco improvvisamente, mi fermo, come la statua di quel ricordo, come gli occhi ciechi del mare, regina di un mondo che sta decadendo. Le sale del mio palazzo stanno morendo, come i ricordi dei meravigliosi balli, dei ricevimenti, delle avventure amorose in tutte le lenzuola di tutti i letti del castello… dove sono finiti tutti? Dove sono andati? Hanno forse trovato compagnia migliore? Eppure pensavo di aver offerto loro la migliore musica, i migliori pasti, il migliore amore… com’è possibile che un regno finisca, marcisca, senza neppure…neppure cosa… E’ vero, sono debole e sola. Dietro quella porta non ci sarà lui, a salvarmi come sempre, alla fine delle mie avventure. Anche lui sta morendo, anche lui… Dietro alla porta nessuno mi accoglierà in festa, nessun clown, nessuna fata, nessuno specchio che mi ricordi una bellezza che non ho mai posseduto. Ci sarà solo il sole, ad accogliermi, un sole terribile, con la sua luce accecante, a ricordare chi vince da sempre… Non potrò trovare nulla di nuovo, è sempre la stessa storia. Una storia d’amore, che si spezza, la storia di una regina dal vestito bianco macchiato di sangue, che finge che tutto vada bene, che finge che le pareti del suo palazzo non siano invasi dalla muffa... Ecco, mi vedo festosa e felice, in quello squallore, senza accorgermi, della decadenza, della morte. Ma allora sono stata io ad essere cieca, a far sfaldare di dolore il mio regno? Non sono l’unica a sanguinare? Decido di aprire la porta, perché so che è l’unico modo per svegliarmi. Lentamente, con l’affanno e la paura di sempre, decido di affrontare lo scherno di quel sole che crede che ormai tutto sia deciso, che niente possa cambiare, che la speranza sia una sciocchezza che rimane solo alla luna. Dio, come vorrei uno di quei bei finali, in cui qualcuno di sovranamente sereno ti sorride, ti abbraccia forte. Qualcuno nelle cui spalle poter finalmente piangere, qualcuno che mi aiuti a lavarmi dalla polvere e dal dolore…

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TG! NIENTE DI NUOVO...

Sono poche le cose che guardo alla Tv. Ci sono sempre più programmi “spazzatura”: gente che litiga, si insulta, finge di essere ciò che non è. Per non vedere questa merda dovrei pagare, oltre al canone Rai, una “Pay Tv”, o stare sveglio la notte per vedere i bei film che non trasmettono più in prima serata. Un libro è meglio della televisione certo! Tutti lo sanno! Ma vuoi mettere un telecomando con lo sfogliare delle pagine? La prima operazione è senz'altro più semplice, meno “faticosa”. Allora..?! Allora resta il Telegiornale. Quale? Indifferente dai... Salvo palesi eccezioni, ci dicono più o meno obiettivamente cosa succede nel mondo e a casa nostra. L'informazione è importante: non siamo mica cavernicoli!
Succede, però, che forse il mondo non è mai stato diverso. Succede che, forse, un paese non è poi così differente da un altro e le persone sono solo comparse di una vita che si trasforma. Non c'è davvero niente di nuovo sotto il sole! Anche le notizie, siano esse di cronaca, politica interna od estera, attualità, gossip o quant'altro, seguono le mode. Ma avete visto! C'è un cane che uccide o morde una persona ed almeno per tre giorni si vanno a cercare incidenti con i cani. Se un cane non morde nessuno, sono convinto lo si istiga ad azzannare qualcuno...
Quella famiglia era tanto brava, quell'uomo poi, come ha potuto uccidere a martellate la figlioletta, la moglie e poi gettarsi dal quinto piano della sua abitazione... era tanto bravo, riservato e tranquillo... Ecclesiastici, insegnanti, genitori che abusano di bambini o alimentano la prostituzione. Pedofili! Quelli poi... Mamme che gettano il frutto del loro grembo in un cassonetto... Popoli che nel 2007 ancora combattono per un chiaro predominio economico dietro il nome di un Dio o di un altro... Genitori (genitori...) che vendono i propri figli per pochi euro o li fanno prostituire per una birra... Ora si multa chi va in cerca di un po' d'amore per le strade... Misure restrittive per tutti! Tanto se quello a mignotte ci vuole andare ci andrà ugualmente! Fanculo la Merlin dico io!!!
Le stragi del sabato sera, ora, sono la moda che va per la maggiore ed i Tg ne parlano, mettono in mostra i video di alcuni deficienti alla guida di due o quattro ruote che prima sono passati via internet...
C'è chi muore di fame per stenti, chi per anoressia... Paris Hilton insieme con le sue amiche, mandiamole a zappare un campo di tabacco cazzo, non diamogli spazio nei media... “Meglio cambiare no?” Non c'è proprio niente di nuovo sotto il sole... C'è solo più caldo e paura della siccità! Ma del resto poi arrivano le alluvioni... Colpa nostra che distruggiamo il mondo. Ma forse anche il tempo e le stagioni non sono mai state diverse...

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ASTERISCHI


Asterisco.
Asterisco.
Asterisco.
Il sole filtrava tra le assicelle delle veneziane quasi chiuse, in modo da riparare i monitor dai riflessi che i raggi primaverili si divertivano a disegnare sulle nere superfici dove migliaia di caratteri scorrevano lentamente; 235 istruzioni da commentare, un lavoro adatto ad uno sbarbatello fresco di corso e che invece tocca a me, come tutti i giorni passati e come probabilmente tutti i giorni futuri fino a che mi diranno basta così, arrivederci e grazie per tutti gli asterischi. Anche se, bisogna dirlo, non è che mi possa lamentare di come sono trattato o dello stipendio, ma dopo anni di applicazione, di professionismo, ritrovarsi sempre e comunque a disinnescare parti di programmi spesso delicati perché quelle procedure non sono più applicabili, o perché la normativa secondo cui sono stati scritti non è più in vigore è un lavoro ripetitivo e quantomeno noioso.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Mi sembra di essere un disco rotto, sempre le stesse lamentele, sempre a far notare quanto sia avvilente e frustrante il mio lavoro:
- Ma perché non cambi? - Mi aveva chiesto Susanna, 3 mesi fa, mentre davanti al solito drink serale snocciolavo nelle sue orecchie la stessa tiritera; non ne potevo davvero più di continuare a quel modo, senza mai vedere qualcosa di diverso da fare.
- Non è un momento facile per il mercato dell'informatica, le aziende non investono e c'è poco movimento; si dice che la situazione non può continuare così e prima o poi qualcuno comincerà un progetto grosso, ma al momento tutto tace.
- Secondo me non cambi perché te la fai sotto! Sono mesi che ti lamenti di quanto è noioso eppure non fai niente per migliorare la situazione: hai cercato di farti dare qualche altro lavoro dai tuoi capi?.
- Da loro non c'è altro lavoro se non quello; gli ho chiesto se c'era altro da fare, qualche programma nuovo, ma mi hanno sempre risposto picche.
- E allora cambia posto! Cercane uno dove ti facciano fare qualcosa di diverso, altrimenti finirai ad ammuffirti!
- Ma il mercato...
- Il mercato non c'entra! se sei così stufo di cosa stai facendo, ti conviene cambiare, e pazienza se per qualche giorno non si lavora.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Sotto la spinta dell'insofferenza verso la mia attività avevo cominciato a far girare la voce tra i miei ex-colleghi, gente che nella mia decennale carriera avevo incontrato dai clienti più disparati, nella speranza che uno di loro mi offrisse un'occasione, una scappatoia da quella situazione ormai insopportabile; dopo un mese dalla mia chiacchierata con Susanna, Giovanni, uno con cui ho lavorato per 3 anni nel petrolchimico mi scrive una e-mail, invitandomi a chiamare un numero per fissare un colloquio con la sua azienda, una di quelle ditte di consulenza informatica che vivono affittando i propri dipendenti ad altre aziende. Con nulla da perdere, tiro fuori dal taschino della camicia il mio cellulare e compongo il numero, dopo qualche squillo mi risponde una voce giovane e squillante, di sicuro una ragazza sui vent'anni, che in breve mi fissa un appuntamento col loro responsabile del reclutamento. Tre giorni dopo mi presento all'indirizzo fornitomi, forte del mio curriculum e della buona opinione di Giovanni sul mio operato professionale; non è il primo colloquio che affronto, eppure mi sento nervoso, come se fossi alle prime armi di fronte alla grande occasione:
- Prego, prego, si accomodi pure. - Il responsabile è una signora sulla quarantina d'anni ben vestita, ma per nulla appariscente, accanto a lei si trova un signore più o meno della mia età, impeccabilmente vestito in giacca e cravatta col sorriso smagliante e lo sguardo sicuro, uno di quei tipi con abbastanza faccia tosta da vendere il ghiaccio agli esquimesi: sicuramente un commerciale.
- Grazie.
- Io sono la signora Maifredi e questo signore qui accanto è il signor Ambrosini, il nostro responsabile al collocamento dei programmatori presso i nostri clienti. Possiamo offrirle qualcosa? un caffè?
- Oh,sì grazie mille
il sorriso amichevole della signora Maifredi in qualche modo mi tranquillizza e mi permette di compiere un normale colloquio di lavoro, in cui ripercorro la mia carriera professionale dagli inizi, sottolineando le esperienze avute in manutenzione software.
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Da quel colloquio erano passati altri 40 giorni, 40 giorni in cui il telefono era rimasto muto:
- Appena avremo una posizione da offrirle la contatteremo - mi aveva detto il signor Ambrosini col suo sorriso smagliante da pescecane.
Avevo già pronta la lettera di dimissioni, dovevo solo metterci la data, e nel frattempo continuavo la mia monotona attività, non ne avevo proprio più per quel lavoro ed ero pronto a rischiare il tutto per tutto. Quella sera presentai la lettera ai miei capi, con 15 giorni di preavviso come da contratto.
Asterisco, asterisco, asterisco
Due giorni dopo Ambrosini mi telefona:
- Salve signor Valsecchi, si ricorda di me?
- Buonasera, sì sì, mi ricordo. Ha delle novità?
- Uno dei nostri clienti migliori ci ha appena inoltrato una richiesta per una posizione che sembra proprio adatta a lei. A quanto pare un loro cliente si è trovato a dover coprire un buco d'organico per un progetto estremamente urgente, tanto urgente da non richiedere nemmeno un colloquio; viste le richieste mi è venuto in mente che il lavoro la potrebbe interessare. Riesce a liberarsi un paio d'ore per domani mattina?
- Sì, non dovrebbero esserci problemi. Dove ci troviamo
- Si presenti alle 8.30 in sede da noi, l'accompagno io dal nostro cliente. Lei si rilassi stasera e non si preoccupi, andrà tutto bene. A domani.
- Arrivederci e a domani.
Stentavo a crederci, avevo una possibilità di cambiare! Come non mi succedeva da tempo la giornata mi sembrava stupenda e un largo sorriso era sbocciato sulla mia faccia.
Raccontai tutto a Susanna che cercò comunque di tenermi coi piedi per terra, nonostante anche lei fosse felice per me, e sollevata che la situazione stesse migliorando. Quella sera mi invitò a salire su da lei.
Asterisco, asterisco, asterisco
Il secondo colloquio andò benissimo, mi dissero che era necessario qualche giorno prima di poter cominciare dal loro cliente, questioni burocratiche da sistemare, ma che ero davvero la persona adatta per quel particolare progetto: Manutenzione software di un applicativo bancario che per le ultime norme sulla trasparenza doveva subire pesanti modifiche. Un progetto simile a quello che stavo seguendo al lavoro! Sì, ero decisamente l'uomo adatto, fresco d'esperienza sul tema.
Qualche giorno dopo i miei ormai ex-colleghi mi fecero una festa d'addio durante la pausa caffè; ero commosso e sinceramente mi dispiaceva lasciarli, persone con cui ho condiviso mesi e mesi di lavoro e di discussioni sul campionato e sulla politica.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Dal finestrino dell'X5 del signor Ambrosini, quelle vie mi sembravano fin troppo familiari, dopo qualche giorno passato a sciare, finalmente era arrivato il momento di conoscere il mio nuovo posto di lavoro; che tanto lontano dal vecchio non sembrava, visto che il commerciale mi stava portando nello stesso quartiere. Sapevo che in quella zona si trovavano altri centri di elaborazione dati, eppure una strana sensazione si era impossessata della mia mente, sensazione rafforzatasi quando Ambrosini imboccò la via del mio vecchio ufficio. Di fronte all'ingresso di quel palazzo che ho frequentato per anni ci aspettava il cliente, col suo sorriso smagliante che dopo pochi convenevoli ci fece strada verso la mia nuova postazione; quarto piano, le facce dei colleghi che avevo salutato solo una settimana prima mi guardavano con stupore, qualcuno stava trattenendo a stento uno scoppio d'ilarità perché aveva realizzato l'assurda situazione in cui ero incappato
- Toh, guarda chi c'è! ma non ci eravamo detti "addio" una settimana fa? con tanto di fazzoletti bianchi?
Non ci potevo credere. Era assurdo. È assurdo
Asterisco, asterisco, asterisco, asterisco...

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 Oggetto del messaggio: Re: RACCONTI BOOKCORSARI 4 - VOTATE!
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Re del Mare
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Iscritto il: mar ott 25, 2005 8:53 am
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Ho votato e penso di avere azzeccato il titolo giusto del racconto che mi è piaciuto di più, però ci sono un po' di cose da sistemare: il primo racconto come si intitola davvero? Il penultimo non ha titolo o sì? Il terzo è "sotto al sole" o "sotto il sole"?

Un'altra cosa: dov'è che si commenta, e quando?

Ciao!

l

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Olandese Volante
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Io ho usato i titoli che hanno dato gli autori, quindi il primo col doppio nome (uno nel file uno nel testo) l'ho messo con doppio nome, e idem per tutti gli altri..

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Re del Mare
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ggghhh, sto interdett': io non vedo il doppio titolo. Ho il cervello anchilosato, probabilmente.

l

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Olandese Volante
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esempio: il numero 1 si chiama il solito stupito nel testo e theendecceteta eccetera nel file. Ho messo tutti e due.
Quelli che avevano lo stesso nome nel file e nel testo ovviamente non hanno il doppio titolo.

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amministratrice ziaRottenmeier
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cavoli ero indecisa tra ben 5 :mrgreen:
complimenti a tutti!

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Ho potuto così incontrare persone e diventarne amico e questo è molto della mia fortuna (deLuca)
Amo le persone. E' la gente che non sopporto (Schulz)
Ogni volta che la gente è d'accordo con me provo la sensazione di avere torto (Wilde)
I dream popcorn (M/a)
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Re del Mare
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Iscritto il: mar ott 25, 2005 8:53 am
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Tost, ho capito!!! Solo che io avrei indicato ENTRAMBI i titoli anche nelle voci del sondaggio, giusto per non confondersi.

l

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Uncino
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Iscritto il: gio feb 22, 2007 9:10 pm
Messaggi: 133
Località: verona
ho votato..Devo dire che non è stato semplice, ero indecisa tra due in particolare.... :oops:
complimenti a tutti!

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se mi sposi non guarderò più un altro cavallo (G. Marx)


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Uncino
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Iscritto il: ven mar 02, 2007 5:33 pm
Messaggi: 125
Località: Napoli
Accidenti! Avevo eliminato il messaggio... allora mi ricordavo bene! :think:

Comunque nel messaggio precedente mi complimentavo con i primi due e dicevo che anche qui ero arrivato terzo! :-D
Il mio racconto è quello con il vecchio Bo ed il "serpente" ovvero "Niente di nuovo sotto al sole", il secondo in elenco.

Rinnovo i ringraziamenti per chi ha organizzato questo simpatico concorso letterario! :yes!:

Al prossimo! :lol:

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Il mio blog dove scribacchio un po'...
Il Ricettario di Bianca - ricette di cucina
Lo scopo dell'uomo è la conoscenza


Ultima modifica di max3w il gio mag 31, 2007 12:05 pm, modificato 3 volte in totale.

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Re del Mare
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Iscritto il: sab gen 17, 2004 5:14 pm
Messaggi: 1723
Località: Al mare
:eyes: max... Non credo che le votazioni siano finite... Ora fai una cosa, vai a rileggere il casino che ha fatto scoppiare Tano l'anno scorso così risparmiamo tutti un sacco di tempo :mrgreen:

EDIT: come non detto, pensavo che le votazioni finissero il 31 a mezzanotte. Ti sei salvato per questa volta, gringo :lol: :lol:

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